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Emergenza medici in pronto soccorso: «Anche a Reggio Emilia ne manca uno su tre»

A lanciare l’allarme è la Simeu, presieduta da Rodolfo Ferrari: «Bisogna fare in modo che questa specialità attragga i giovani laureati»

REGGIO EMILIA. Un’emergenza nell’emergenza. E purtroppo non è solo un gioco di parole. L’allarme arriva dalla Società italiana della medicina di emergenza urgenza (la Simeu): oltre a carichi di lavoro insopportabili e ritmi sempre più frenetici, i pronto soccorso dell’Emilia-Romagna sono a corto di personale medico specializzato. «Un fenomeno generalizzato nel Paese – spiega il reggiano Rodolfo Ferrari, primario dell’Unità operativa di pronto soccorso e medicina d’urgenza dell’Ausl di Imola e presidente della Simeu – ma che nella nostra branca ha un impatto devastante: nei pronto soccorso della regione manca il 30-35% dei medici».

Qual è la situazione a Reggio Emilia?


«Il quadro reggiano rispecchia quello regionale, nelle strutture di emergenza urgenza della provincia manca un medico su tre».

Ci sono differenze tra capoluogo e provincia?

«Come nel resto della regione la carenza degli specialisti dell’emergenza urgenza riguarda soprattutto i piccoli ospedali di provincia, nel Reggiano le situazioni più critiche si registrano a Correggio e Scandiano, dove peraltro adesso il pronto soccorso è chiuso. È inevitabile che la riapertura slitterà a quando ci saranno le risorse quantitative e qualitative per garantire il servizio, ma questo si ripercuote sui pronto soccorso aperti».

In questi mesi l’Ausl reggiana ha lanciato più di un allarme sulla media degli accessi al pronto soccorso, di molto superiore a quella registrata negli stessi periodi degli anni precedenti. I due fenomeni sono collegati?

«Senz’altro, anche se la situazione è ancora più complessa di così. Negli ultimi due anni molte persone, anche per paura del Covid, non si sono rivolte al sistema sanitario nazionale e adesso paghiamo il ritardo. C’è poi da dire che da sempre il pronto soccorso non si occupa solo dell’emergenza urgenza: è il luogo in cui i cittadini si recano per trovare risposte alle questioni irrisolte, è una luce sempre accesa, ventiquattr’ore al giorno, sette giorni su sette, compresi i festivi».

E questo grazie agli specialisti che vi lavorano, che non stanno certo a guardare l’orologio per scappare via alla fine del turno...

«Chi fa questo lavoro le 38 ore settimanali se le sogna, ma anche a livello di intensità non c’è confronto che tenga. La nostra disciplina si chiama Emergenza urgenza ma noi andiamo dal 118, al pronto soccorso, all’Obi (Osservazione breve intensità) alla medicina d’urgenza... diamo una risposta sanitaria che non si trova altrove. Eppure non veniamo riconosciuti».

È per questo che all’ultimo concorso di ammissione alle specialità mediche su mille posti disponibili per l’emergenza urgenza ne sono rimasti scoperti 456?

«Noi pensiamo di sì. Il contratto nazionale è lo stesso per tutti i medici, ma noi non possiamo esercitare in libera professione e ci sono precluse altre importanti possibilità. E pensare che se ragionassimo in termini di domanda/offerta dovremmo essere pagati dieci volte più degli altri. Siamo in un circolo vizioso: i laureati non vogliono specializzarsi in Emergenza urgenza perché spaventati dai ritmi e dal carico di lavoro, e chi si iscrive alla specialità o molla (il tasso di abbandono è del 20%) o si trasferisce all’estero, dove le condizioni professionali e di conciliazione con la vita privata sono migliori. Il risultato è che i nostri pronto soccorso sono a corto di personale e chi rimane è costretto a saltare i riposi e le ferie. Siamo rimasti in silenzio anche troppo, non si può più andare avanti così».

Cosa proponete?

«Noi siamo la cerniera tra il territorio e l’ospedale e nei due anni di pandemia abbiamo dimostrato la nostra eccellenza proteggendo l’ospedale dall’infezione in entrata e la popolazione da quella in uscita. Abbiamo dimostrato l’importanza di poter contare su specialisti formati. Ora abbiamo bisogno che la Regione, il Ministero della salute, i sindacati, le università facciano tutto quello che possono per rendere più interessante la nostra specialità agli occhi dei giovani. Il rischio è trovarsi con pronto soccorso affidati a cooperative di medici che lavorano a tempo perso, come a Ferrara, e che non sono preparati e formati adeguatamente».

Due giorni fa c’è stato un primo incontro in Regione, cosa è emerso?

«Abbiamo descritto la situazione, ribadendo l’urgenza di intervento. Era presente anche la dottoressa Anna Maria Ferrari, direttrice del pronto soccorso di Reggio, che ha parlato del momento più critico della sua carriera. Dalla Regione è arrivata la disponibilità di aiutarci e la volontà di creare un’unità di crisi che lavori con costanza a questo problema. Speriamo di ottenere presto risposte concrete, non possiamo più andare avanti solo con l’abnegazione dei medici».

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