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La Cna si schiera contro i sindacati: «Il tampone devono pagarlo i lavoratori»

Azio Sezzi va a braccetto con Unindustria: «Per artigiani e piccole aziende è ancora più difficile sostenere questo onere» 

REGGIO EMILIA. «Alla dichiarazione del segretario provinciale Cgil Cristian Sesena che il lavoratore non si porta l’estintore da casa (“se devo applicare le norme antincendio non chiedo al lavoratore di portarsi l’estintore da casa sua” era stata la frase esatta, ndr) rispondo con un altro paragone improprio: se il lavoratore ha la febbre non si chiede al datore di lavoro di pagare l’aspirina. L’adesione o non adesione al vaccino rientra nell’ambito della sfera privata, con tutti gli effetti che ne conseguono».

Così Azio Sezzi, direttore generale di Cna Reggio Emilia - l’associazione dell’artigianato che nella nostra provincia conta 7mila associati per una stima complessiva di 20mila addetti - è intervenuto nel dibattito su chi debba sostenere l’onere dei tamponi rapidi ogni 48 ore. Un dibattito innescato dai sindacati Cgil, Cisl e Uil che, ricevuti dal prefetto Iolanda Rolli, hanno esposto l’idea che, per dare concreta applicazione al decreto che il 15 ottobre scorso ha introdotto l’obbligo del green pass sui luoghi di lavoro, occorre garantire a tutti i dipendenti non vaccinati la possibilità di ricevere un tampone, che secondo i sindacati confederali «dovrebbe essere a carico delle aziende». Apriti cielo: sul tema siamo al tutti contro tutti.


Se Confindustria e le grandi aziende come Seta hanno ribadito, in ogni possibile occasione, che non se ne parla nemmeno, un niet ancor più netto è arrivato dalle piccole imprese. «Cna esprime una profonda contrarietà all’ipotesi che l’esborso spetti ai titolari – ha dichiarato Sezzi –. Abbiamo ribadito più volte come la nostra associazione sia d’accordo sul green pass a patto che le norme siano chiare, applicabili e senza costi inappropriati per le imprese. Già quest’ultimo punto non è stato rispettato; i costi indiretti sono indubbi, poiché eseguire i controlli significa sottrarre risorse umane ed economiche alle mansioni ordinarie. Ora non si vede perché dovrebbe essere scaricato sulle piccole realtà quest’altro onere».

Per una volta Cna va a braccetto con Unindustria. «Con una precisazione: una serie di grandi imprese hanno rotto il fronte degli industriali, annunciando che si faranno carico dei tamponi per i loro dipendenti. Tra le altre, nel bolognese Ima, Ducati, Bonfiglioli. È una scelta, una facoltà dell’azienda. Così come il singolo può decidere se vaccinarsi o meno anche il datore può decidere se coprire o non coprire i costi – ha proseguito Sezzi –. È chiaro che per gli artigiani è ancora più impensabile svolgere questo compito. Se si continua di questo passo gli imprenditori dovranno rispondere di qualsiasi cosa».

Sezzi ha fornito una sua lettura dell’andata a Canossa (cioè in Prefettura) dei sindacati confederali. «La realtà è che la Cgil ha spinto sull’obbligo vaccinale, che non è passato. A questo punto, per impedire discriminazioni tra i lavoratori, poiché lo Stato non aprirà mai i cordoni della borsa, sta spingendo sulle imprese affinché suppliscano loro. Diventa stucchevole questo continuo e questo tentativo di lasciare il cerino acceso in mano alle ditte. Non può funzionare così. Se la strada dell’obbligo vaccinale, che avrebbe potuto anche essere una soluzione, è stata esclusa bisogna farsene una ragione; il resto a mio avviso è poco utile. In questa delicata fase di ripresa bisognerebbe tutti remare dalla stessa parte».

Secondo l’associazione di categoria «i controlli sui luoghi di lavoro, le mille incertezze e le difficoltà di mercato stanno pesando sulle imprese da oltre un anno. Non vedo perché – la conclusione – le si dovrebbe appesantire ulteriormente».

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