No vax morto all’ospedale di Ferrara, indagato il medico reggiano che lo curava

Avviso di garanzia per omissione di soccorso e colpa medica al dottor Alberto Dallari. Disposta l’autopsia della vittima

REGGIO EMILIA. Nella villetta alle porte di Reggio Emilia i poliziotti della Squadra mobile sono arrivati ieri mattina, con in mano un decreto della procura di Ferrara di perquisizione, sequestro e contestuale avviso di garanzia. Da ieri mattina Alberto Dallari, medico in pensione, 67 anni, neurologo e fino a pochi giorni collaboratore della casa di cura reggiana Villa Verde che ha interrotto con lui il rapporto professionale, è formalmente indagato per omissione di soccorso e colpa medica in merito alla morte di Mauro Gallerani, 68 anni, ferrarese: il paziente “no vax” deceduto il 7 ottobre scorso dopo una degenza di più di un mese all’ospedale Sant’Anna di Ferrara.

Pc e cellulari


Nella casa gli agenti hanno sequestrato computer, telefoni e altri supporti informatici come chiesto dal pm di Ferrara, Ciro Alberto Savino. Apparecchi che ora saranno sottoposti a perizia per verificare quali fossero i rapporti – solo per telefono o mail – tra il medico e il paziente che aveva deciso di seguire la terapia domiciliare contro il Covid indicata da IppocrateOrg.

Asociazione di cui Dallari fa parte, comparendo come volontario tra i medici del servizio “Assistenza 999”. Gli atti giudiziari notificati di garanzia per il medico – assistito dall’avvocato Linda Corrias, interpellato senza avere risposte – per poter eseguire l’autopsia fissata per domani nel Padovano, nell’ospedale Schiavonia di Monselice dove il medico legale Giorgio Viel inizierà le attività chieste dalla procura. L’inchiesta dovrà verificare se vi sia stato una sorta di corto circuito nelle terapie consigliate.

O, invece, un’assistenza inadeguata del medico reggiano che dalla fine di agosto prese in carico Gallerani, facendogli firmare la liberatoria per la prescrizione di farmaci assolutamente non previsti dai protocolli medici ufficiale contro il Covid: idrossiclorochina, azitromicina, ivermectina, colchicina, anticoagulante e corticosteroidi, come recita appunto la liberatoria firmata da Gallerani il 27 agosto scorso.

I dubbi della procura si concentrano su una circostanza, diventata il punto centrale di questa indagine: Gallerani si presentò il 3 settembre al pronto soccorso con un livello di saturazione pari a 57, quando invece la stessa IppocrateOrg avverte i propri pazienti “domiciliari” che sotto i 92 è obbligatorio recarsi in ospedale.

E allora perché Gallerani, in cura da Dallari con il quale si sentiva via chat e a cui inviava i propri livelli di saturazione ogni giorno, si è presentato in ospedale solo quando le sue condizioni psicofisiche erano compromesse?

Gallerani all’accesso in ospedale spiegò ai medici del Sant’Anna chi fosse il suo medico curante legato a IppocrateOrg, che si stava curando a casa con la terapia domiciliare e per questo voleva fosse dimesso.

Ricoverato a forza

Gli operatori sanitari ferraresi lo ricoverarono, attenuando le sue resistenza dopo una consulenza psichiatrica: la prima terapia d’urgenza cui fu sottoposto da quel 3 settembre fu quella del casco di ossigenazione. Che, raccontano testimoni diretti, tentò di togliersi per andare a casa.

Dopo pochi giorni le sue condizioni peggiorarono ulteriormente e i sanitari della terapia intensiva Covid del Sant’Anna furono costretti a intubarlo.

Prima per bocca, poi in un tentativo estremo anche per gola, con una tracheotomia: questa successione viene spiegata per dare l’idea della compromissione delle sue condizioni di paziente “problematico” ancor prima di accedere all’ospedale.

Sorte segnata

E poi di una situazione purtroppo irreversibile poiché la sua sorte, per i medici, era purtroppo ormai segnata: dopo oltre un mese di degenza e di tentativi da parte dei medici del Sant’Anna, il decesso è arrivato il 7 ottobre.

Ora l’indagine aperta dalla procura di Ferrara dovrà stabilire se la morte del 68enne possa essere legata alle sue condizioni psicofisiche e se queste possano essere state pregiudicate da terapie e assistenza del medico curante che seguiva i protocolli di IppocrateOrg.

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