Green pass obbligatorio, aziende in ordine sparso nella Babele dei controlli

Reggio Emilia, c’è chi sceglie le verifiche a tappeto e chi invece porrà il filtro all’ingresso. Galli: «Nelle grosse aziende, come Kohler, il controllo sarà a campione»

REGGIO EMILIA. C’è chi sceglierà la verifica a campione, chi il filtro all’ingresso, chi i controlli a tappeto suddivisi per settore. Si fa presto a dire controllo del green pass, ma sulla modalità e sull’organizzazione pratica si procede in ordine parso, nel pubblico come nel privato.

La dead line di domani 15 ottobre – quando per legge scatterà a livello nazionale l’obbligo di verifica del passaporto vaccinale in tutti i luoghi di lavoro – pone parecchi problemi organizzativi. E la normativa nazionale, che traccia pochi punti fermi – la responsabilità del datore di lavoro, la libertà sul metodo di applicazione e il divieto di conservare in memoria i dati personali dei dipendenti per motivi di privacy –, lascia ampio spazio alla discrezionalità. Così non si favorisce certo l’uniformità: difatti è una Babele di interpretazioni e approcci differenti.


«Alla Kohler Lombardini, 800 dipendenti, si userà il sistema del controllo a campione». Se questo è l’orientamento di una delle maggiori realtà industriali reggiane – la sede di via Lombardini specializzata in soluzioni meccaniche per la lavorazione alimentare – il direttore Risorse Umane della Kohler Claudio Galli ha una visione più ampia, essendo pure vice presidente Unindustria Reggio Emilia nonché presidente di Aidp (l’associazione italiana direzione personale) per l’Emilia-Romagna.

Galli non ha nascosto il dibattito interno alle grandi aziende. Unindustria, com’è noto, ha sposato la linea governativa. «Una norma va rispettata». Sul come vada rispettata, Galli ha spiegato: «Kohler è dotata di un protocollo interno, condiviso con il sindacato, che è stato molto discusso soprattutto durante il lockdown. Finora il protocollo ha funzionato egregiamente, tant’è che non abbiamo avuto per fortuna nessuna perdita e nemmeno malati gravi, i contagi sono stati limitatissimi e nessuno generato in azienda, per quanto ci consta. L’osservazione che va fatta è che le ditte sono i luoghi più sicuri».

Sul metodo da adottare sono stati soppesati pro e contro. «Un aspetto intelligente di questa legge è che non obbliga a seguire determinate procedure, cosa che avrebbe generato enormi difficoltà: la normativa lascia un margine di libertà per organizzarsi. Le possibilità per noi erano due: o fare un controllo all’ingresso automatizzato oppure un controllo interno a campione. La maggior parte delle aziende di grosse dimensioni a Reggio seguiranno il secondo principio, anche perché con numerosi dipendenti le code e gli assembramenti in entrata sarebbero rischiosi. Come Kohler non abbiamo messo in campo strumenti tecnologici particolari, anche per questioni di privacy: la legge non consente di conservare i dati personali in memoria e questo è un handicap. Abbiamo valutato l’opzione tecnologica (ad esempio il fornello che ti fa passare se il green pass è valido), ma l’abbiamo scartato proprio per motivi di privacy. Riteniamo che i controlli a campione saranno sicuri».

Via libera dunque alla campionatura, che sarà eseguita «da una o due persone dedicate, che avranno una formazione specifica e saranno addestrate alla riservatezza. Non si può urlare “non hai il green pass”, stiamo sempre parlando di dati personali».

Quindi controllo della temperatura («lo considero un must, dal 13 aprile 2020 ne abbiamo eseguiti 280mila e questo ha generato comportamenti virtuosi ormai consolidati») e verifica della certificazione. E per i refrattari alla vaccinazione? «Non prevediamo problemi interni, ma potrebbe esserci un impatto forte all’esterno. Viste le tensioni che registriamo è prevedibile un maggior livello di assenze. All’interno di Aidp ci siamo confrontati tra diverse regioni: l’orientamento prevalente è non pagare i tamponi ai dipendenti, anche se qualche ditta lo fa. Tuttavia molto dipende dall’attività. Ad esempio chi si occupa di trasporto pubblico ha maggiori difficoltà: da noi arrivano camionisti che sono vaccinati ma non hanno il green pass perché, provenendo dalla Polonia o dall’Europa dell’Est, sono stati immunizzati con lo Sputnik, qui non riconosciuto. È stato deciso che questi autotrasportatori entrano in Kohler ma non possono scendere dalla cabina: non posso bloccare il lavoro e nemmeno discriminare chi rispetta la regole del Paese d’origine».

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