Mortale di Calerno, i residenti della casa distrutta dal tir: «Mia mamma viva per miracolo, papà l’ha salvata da lassù»

Il 32enne Ignazio Criscenzo racconta cosa è accaduto nella casa sventrata: «In sala è rimasta solo la credenza con le foto in cui eravamo tutti insieme»

REGGIO EMILIA. «Vorrei recuperare la fotografia di mio padre. Sono convinto che sia stato lui, da lassù, a salvare e proteggere mia mamma e i miei fratelli». Ignazio Criscenzo, 32 anni, il figlio maggiore, fa le veci del capofamiglia da quando il padre Calogero è scomparso.

Pur essendo sposato e vivendo a Campegine, è Ignazio che sta seguendo le incombenze burocratiche per conto di mamma Salvina, casalinga, e dei fratelli gemelli Mario Pio (operaio alla Snatt di Caprara) e Alex, studente dell’istituto D’Arzo di Montecchio. Il trio che risiedeva nella casa squarciata si è diviso provvisoriamente tra i parenti per motivi pratici: i gemelli hanno passato la nottata a casa di Ignazio, sul divano letto, mentre mamma Salvina è ospite dell’anziana madre a Sant’Ilario. «I miei fratelli sono andati regolarmente al lavoro e a scuola. Mia mamma ha bisogno di ritrovare la calma».


Il tir con un carico da 35 quintali di pallet che lunedì scorso a mezzogiorno ha deviato dopo il semaforo, sfiorando una palazzina e sventrando l’angolo dell’abitazione della famiglia al numero civico 78, non solo ha causato il decesso istantaneo del camionista (Gianluca Mercatini, 55 anni, nato a Cesena e residente a Cervia), ma ha anche stravolto la vita ai Criscenzo, che in quella casa sono nati e cresciuti. «Mio padre è emigrato dalla Sicilia quando io avevo quattro anni, in cerca di un futuro migliore. Dopo un periodo iniziale dalla nonna, a Sant’Ilario, comprò quella casa, che come diceva lui aveva fatto la guerra: gli piaceva mostrare un proiettile incastrato nella muratura. Quell’abitazione sulla via Emilia, comprata cinquant’anni fa e completamente ristrutturata all’epoca, è costata tanti sacrifici a mio padre. È morto tre anni fa, anzi il terzo anniversario cade tra pochi giorni, il 10 ottobre».

Ignazio è convinto che Calogero abbia vegliato su di loro. «Nella sala, il locale a pianoterra nell’angolo squarciato, non è rimasto nulla: il divano, le sedie, i mobili sono stati distrutti o sepolti dai calcinacci crollati dall’alto. L’unico arredo rimasto intatto è la credenza con la foto di papà, di noi bambini e alcuni santini».

Un ricordo che Ignazio intende conservare.

«L’edificio è inagibile e non possiamo entrare. Nell’immediatezza dei fatti abbiamo indicato ai pompieri dov’erano gli armadi: ci hanno pensato loro a prendere parte dei vestiti. Mia madre sta comprando la biancheria, che si trovava nei cassetti e non è stata prelevata. I documenti importanti, per fortuna, li conservavo già io».

Solo adesso mamma Salvina si sta lasciando alle spalle lo spavento. «Ero al lavoro quando un collega mi ha detto di correre a casa, senza dirmi cosa fosse accaduto. Quando sono arrivato ho trovato mia mamma in lacrime e sotto shock – racconta Ignazio –. Pochi minuti prima dell’impatto lei era seduta nella sala con due amiche, stavano bevendo il caffè; le ha accompagnate fuori, è rimasta qualche istante sulla porta per fumare e salutare le amiche, poi è rientrata e ha preso le tazzine per riporle in cucina, nella stanza adiacente. In quell’istante il boato. Si è salvata per pochi minuti».

Il cruccio ora è cosa succederà all’edificio. Prassi vuole che il Comune emetta un’ordinanza di messa in sicurezza nei confronti dei proprietari, i quali dovranno provvedere nelle modalità che riterranno opportune: ripristino o demolizione? «Non saprei – commenta Ignazio –. Una ditta che ho consultato mi ha consigliato di abbattere: il crollo è importante e l’abitazione, tra l’altro, non era assicurata. Dovrò raccogliere altri pareri. E intanto mi sono rivolto a un avvocato, per seguire questa partita che non sarà semplice né breve».

Che si decida per una soluzione o per l’altra, secondo Ignazio passerà parecchio tempo. «Almeno due o tre mesi. E riflettendoci mia madre in quella casa sulla via Emilia non la voglio più vedere; lì ci andrebbero i miei figli, non voglio rischiare che accada una seconda volta. L’urgenza, ora, è trovare un appartamento per loro tre. I miei fratelli non possono restare sul divano letto a lungo, devono riprendere una normale quotidianità».

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