Le Cicogne: «Cosa aspettate a riaprire il punto nascite?»

Ieri il quarto anniversario della chiusura del servizio all’ospedale Sant’Anna La Regione: attendiamo la decisione del ministero, mettiamo risorse e personale

Castelnovo Monti. Sono passati quattro anni dalla chiusura del punto nascite dell’ospedale Sant'Anna di Castelnovo Monti, contestuale alla chiusura degli identici reparti dell’Appennino, a Pavullo nel Frignano (Modena) e Borgotaro (Parma). E sono passati ormai due anni da quando il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, ne ha promesso la riapertura.

Ok, nel mezzo c’è stato il Covid, ma ora a che punto siamo? Lo chiede il comitato castelnovese “Salviamo le Cicogne”, che da sempre si batte per la riapertura del servizio al Sant’Anna. «Il 4 ottobre del 2017, quattro anni fa, il ministero della Salute diretto da Beatrice Lorenzin diede parere negativo (seppur consultivo) alla richiesta di deroga alla chiusura dei piccoli punti nascita presentata dalla Regione Emilia-Romagna. Immediatamente dopo, la Regione ne deliberò la chiusura – spiegano le Cicogne in una nota –. Fu il peggio della politica, perché con l’inganno ed il sotterfugio venne negato il diritto alla deroga che spetta ai punti nascita delle zone orogeografiche disagiate, e fu così eliminata l’assistenza al parto nell’intero territorio montano dell’Emilia-Romagna. Da allora è stata una via crucis di elicotteri e parti lungo le strade – proseguono le Cicogne – mentre i dati veri sull’esito delle nascite sono chiusi dentro i cassetti».


Conclude la nota: «Dalla vigilia delle elezioni regionali del gennaio 2020, Bonaccini ha cambiato atteggiamento: liquidato l’estremista Venturi, ha fatto ammenda per l’errore compiuto nel chiudere questi presidi sanitari essenziali per i territori dispersi e ha più volte ripetutamente annunciato la riapertura. Ma ad oggi per Castelnovo ne’ Monti non esiste nessuna iniziativa ufficiale. Cosa si aspetta?».

Tre mesi fa la Regione Emilia Romagna ha inviato al ministro Speranza il piano per la riapertura. Di conseguenza, la stessa Regione – alla luce della presa di posizione delle Cicogne – ieri si è dichiarata in attesa della decisione da parte del ministero, dicendosi comunque pronta a fare tutto ciò che serve per la riapertura, in termini di risorse e di personale. Alla fine del giugno scorso la Regione aveva annunciato la definizione del piano dalla Ausl di Bologna per il punto nascite Alto Reno Terme. «La Regione seguirà lo stesso iter per Borgotaro (Parma), Castelnovo Monti e Pavullo (Modena)».

«Un assetto – aveva puntualizzato la Regione in quella occasione – in grado di garantire l’assistenza alla gravidanza e al parto a basso rischio, in rete con le altre strutture aziendali/metropolitane. Un assetto capace di assicurare continuità in tutte le fasi del percorso: dalla presa in carico della donna alla gravidanza e al puerperio, con valutazione dei fattori di rischio. È questa, in estrema sintesi, l’idea alla base dell’analisi tecnico-organizzativa elaborata dall’Azienda Usl di Bologna per l’ipotesi di riapertura del punto nascita Alto Reno Terme, con una stima complessiva dei costi (tra personale e interventi strutturali) che sfiora i 4,5 milioni di euro. Analisi presentata ufficialmente in Comune a Porretta Terme dal direttore generale dell’Azienda Usl di Bologna, Paolo Bordon, all’assessore regionale alle Politiche per la salute, Raffaele Donini, alla presenza del sindaco, Giuseppe Nanni, e del direttore del Distretto dell’Appennino Bolognese, Sandra Mondini».

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