Aemilia ’92, in Appello arriva il ribaltone: quattro ergastoli per i delitti di Vasapollo e Ruggiero

La Corte ha stabilito il massimo della condanna per Nicolino Grande Aracri, Antonio Ciampà, Angelo Greco e Antonio Lerose

REGGIO EMILIA. Quattro ergastoli: un capovolgimento clamoroso, accolto con un abbraccio di sollievo tra le due pm, Lucia Musti e Beatrice Ronchi. Con questo colpo di scena si è concluso ieri l’Appello di Aemilia 1992, il cold case sui due delitti, maturati nell’ambito della guerra di ’ndrangheta nel reggiano, risalenti a 29 anni fa, che hanno visto sul banco degli imputati Nicolino Grande Aracri, Antonio Ciampà, Angelo Greco e Antonio Lerose.

Dopo una camera di consiglio durata tre ore la Corte (presidente Orazio Pescatore, a latere Milena Zavatti) è uscita con il dispositivo in mano e ha letto la sentenza: il massimo della condanna. Con questa distinzione: Grande Aracri e Ciampà colpevoli di duplice omicidio volontario, premeditato e aggravato dal metodo mafioso (per entrambi gli assassinii sono ritenuti i mandanti, Grande Aracri pure esecutore materiale dell’omicidio Ruggiero), perciò visto il ruolo di maggior peso sono stati condannati a un anno di isolamento diurno; Lerose e Greco sono stati condannati, sempre per omicidio aggravato dal metodo mafioso, per il solo delitto Ruggiero. Inoltre per tutti i condannati è stata disposta la pena accessoria dell’interdizione legale e dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici, al risarcimento danni in favore delle parti civili costituite e al pagamento delle spese processuali delle parti civili (liquidate in 2.800 euro per il Comune di Brescello e 3.200 euro per l’associazione Libera).


L’ANTEFATTO

Aemilia 1992 è nata dalla volontà, da parte della Direzione distrettuale antimafia di Bologna, di fare luce – sulla base delle dichiarazioni dei pentiti emersi a latere del maxiprocesso Aemilia – su due efferati delitti irrisolti avvenuti in quell’anno: il 21 settembre 1992 l’uccisione, a Pieve Modolena in pieno giorno, di Nicola Vasapollo, crivellato di colpi; il 22 ottobre 1992 la morte di Giuseppe Ruggiero, freddato di notte dopo aver aperto la porta della sua abitazione di Brescello a un commando travestito da carabinieri. Il contesto era la faida tra cosche calabresi per l’egemonia del territorio: il gruppo Vasapollo-Ruggiero si contrapponeva a quello Dragone-Grande Aracri-Ciampà-Arena ed è notorio che fu la cosca Grande Aracri a prendere il sopravvento.

La pm della Direzione distrettuale antimafia Beatrice Ronchi ha raccolto la sfida, rischiosa, di riesumare fatti tanti lontani nel tempo. Il primo grado si è concluso con una sconfitta per l’accusa: il 2 ottobre 2020 la Corte d’Assise di Reggio Emilia, presieduta dal dottor Dario De Luca, ha assolto tutti «per non aver commesso il fatto», ad eccezione del boss Grande Aracri, condannato all’ergastolo come organizzatore per il solo delitto Ruggiero (era l’autista che aspettò i killer sotto un cavalcavia dell’autostrada). Ma il procuratore generale Lucia Musti e il pm applicato Beatrice Ronchi hanno presentato ricorso. Nella requisitoria finale, il 22 settembre scorso, l’accusa ha difeso l’impianto originario, ha tentato di superare «le asserite differenze tra il narrato dei due collaboratori di giustizia» (che indicavano una composizione diversa del commando) e ha sostenuto l’ergastolo per tutti e quattro gli imputati, proponendo tre anni di isolamento per Grande Aracri e Ciampà e un anno di isolamento per Greco e Lerose. Una differenziazione di responsabilità che è stata rispettata, pur con una diminutio, dalla Corte di secondo grado.

LA SENTENZA

Quando la prima Corte d’Assise d’Appello di Bologna ha dichiarato il “fine pena mai” si è scatenato un brusìo indistinto. Le due pm Musti e Ronchi si sono abbracciate, felici per aver spuntato una vittoria che non era affatto scontata. Grande Aracri, in videocollegamento dal carcere di Tolmezzo, è rimasto impassibile. Anche Greco era videocollegato da un istituto penitenziario, mentre Lerose era in aula. Assente Ciampà, per il quale questa sentenza è un macigno: se per Grande Aracri, non nuovo all’ergastolo, l’esito era prevedibile, trent’anni di detenzione per Ciampà, mandante che non si è mai mosso dalla Calabria, fanno rumore.

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