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«In motorino con il corpo di Saman»

Il fratello della giovane racconta la proposta fatta dal cugino alla famiglia: «Il cadavere a pezzi lo getto poi nel Po»

NOVELLARA. Non sono al momento indagati dalla Procura sul delicato caso di Saman Abbas, ma il fratello della diciotenne pakistana si è scagliato contro due ulteriori cugini, ritenendoli entrambi familiari che avrebbero forzato la mano ai genitori e allo zio per arrivare all’eliminazione fisica della giovane che aveva rifiutato il matrimonio combinato in Pakistan.

Entrambi i cugini vivono a Novellara e il fratello di Saman li tira in ballo in special modo durante l’incidente probatorio tenutosi oltre tre mesi fa in tribunale a Reggio Emilia. Usa anche parole dure, specie nei confronti di un cugino che, a suo parere, odiava sua sorella e «alcune volte offendeva, guardava male, in senso brutto». E riferendosi sempre a quel cugino, nel suo racconto va al pomeriggio del 30 aprile, cioè poche ore prima che la sorella sparisse (per gli inquirenti è stata uccisa nascondendone poi il cadavere e la pm Laura Galli ha nel mirino i genitori, lo zio Danish Hasnain e altri due cugini, cioè il 34enne Nomanulhaq Nomanulhaq e il 29enne Ikram Ijaz).

Ebbene, il minorenne rievoca una riunione di famiglia da brividi (sarebbero stati presenti il padre, lo zio e i due cugini non indagati), il cui contenuto dice di aver origliato stando sulle scale, perché il 16enne veniva sistematicamente allontanato («Mi mandavano in cucina») quando in casa c’erano cose importanti da discutere. Un incontro fra le mura domestiche in cui il fratello di Saman dice di aver sentito parlare di un autentico progetto di morte da parte del cugino che odiava sua sorella: «Uccidete, sennò io porto... cioè, ci sono...ho il motorino, facciamo piccoli pezzi e buttiamo nel...Guastalla, no? C’è un fiume, buttiamo là. Lei fa troppe cose, mette pantaloni, eh... fuori dalla mussulmana». E rispondendo, in aula, alle domande del gip Luca Ramponi, il 16enne arriva a puntare decisamente il dito su questi due cugini: «Hanno forzato tantissimo Danish – rimarca, deciso, il minorenne – e anche mio papà, perché mio papà non ha pensato mai su questa cosa di uccidere, neanche di toccare. Poi...Danish ha fatto questa cosa, lo so io, Danish ha fatto». Un movente del delitto che viene analizzato nell’ordinanza del Riesame di Bologna (collegio giudicante presieduto da Andrea Santucci) nel quale sono contenute le motivazioni per le quali è stato respinto il ricorso del cugino Ikram Ijaz (difeso dai legali Noris Bucchi e Luigi Scarcella), in carcere per l'omicidio premeditato ed occultamento di cadavere in concorso con gli altri quattro indagati.

Per il Riesame il movente «affonda in una temibile sinergia tra i precetti religiosi e i dettami della tradizione locali che arrivano – si legge – a vincolare i membri del clan ad una rozza, cieca e assolutamente acritica osservanza pure della direttiva del femminicidio». Ritornando alle parole del fratello di Saman – ritenuto credibile dai carabinieri che sono coordinati in questa complessa indagine dalla pm Galli – non nasconde di aver avuto dei contatti telefonici con il padre dal Pakistan (i genitori erano fuggiti da Novellara il primo maggio, ndr) anche nei giorni a ridosso dell’incidente probatorio del 18 giugno.

Telefonate in cui il 45enne Shabbar Abbas invita il figlio di dire ai carabinieri proprio delle pressioni dei due cugini affinché uccidessero Saman: «Digli al maresciallo queste cose». Al di là di queste nuove accuse ad altri parenti, il ragazzo, rispondendo alle domande nell’interrogatorio-chiave, ha ripercorso per lo più la terribile notte fra il 30 aprile e il primo maggio, quando la sorella litigò con i genitori per l’ennesima volta ed uscì di casa con in spalla lo zaino e le sue poche robe, non facendone più ritorno. Sono parole tremende. Sulla porta di casa dice di essersi reso conto dell’aggressione alla sorella nel momento in cui arriva lo zio (chiamato a suo dire telefonicamente dal padre) mette una mano sulla bocca della giovane pakistana e nel silenzio si sente solo la sua voce («Lasciatela a me, ci penso io») mentre la porta via. L’orrenda rivelazione e ciò che il fratello ha intravisto nel buio troverà un’allucinante conferma quando lo zio rientra in casa (« Una o due ore dopo») e senza tanti giri di parole dice al ragazzo: «L’ho uccisa. Tua sorella è.... Non dire ai carabinieri».

Una sofferta rivelazione che il 16enne fa, aggiungendo però altre cose. In primis sospetta che lo zio abbia strangolato Saman, ne chiederà subito conto al parente, incassando solo un laconico «lascia perdere questo». Sui vestiti dello zio non nota tracce di sangue e nemmeno di terra. Un omicidio su cui lo zio non rivela particolari al nipote, men che meno dove è stato messo il corpo di Saman, anche se nell’incidente probatorio il minorenne si dice convinto che il cadavere non sia molto lontano dall’azienda agricola dove tutta la famiglia Abbas lavorava: «Io non ho guardato dove l’hanno messo e dove l’hanno fatto. Quello che ho saputo io l’ho detto ai carabinieri». Sempre di quella terribile notte, il ragazzo rimarca che dopo lo zio arriveranno anche («Dieci, venti minuti dopo») due cugini chiamati telefonicamente dal padre Shabbar Abbas. Ne fa senza tentennamenti i nomi: Ikram Ijaz e Nomanulhaq Nomanulhaq. Prima non li aveva visti aggredire Saman nel buio, fra le serre, mentre ora se li ritrova in casa dove tutti piangono.
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