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Torna a casa dopo nove mesi in ospedale: «E il Covid non esiste?»

Giuseppe Paduano insieme alla dottoressa Monica Massobrio e al dottor Alessandro Scarascia

Giuseppe Paduano è stato ricoverato il 31 dicembre 2020 e dimesso martedì scorso. La figlia: «È un miracolato»

REGGIO EMILIA. «Chiamate l’ambulanza, non respiro, non ce la faccio più». Quando Giuseppe Paduano – noto pizzaiolo reggiano, titolare per vent’anni della pizzeria-ristorante a Cavriago e per altri 25 della Pizzeria Piccola Delfino alla Pappagnocca – si è rivolto così a sua figlia Emanuela, il 31 dicembre del 2020, non sapeva cosa gli sarebbe successo. Certo sapeva che era colpa del Covid se non riusciva a respirare e aveva la febbre alta ormai da diversi giorni, ma non avrebbe mai immaginato di rimanere in ospedale quasi un anno. «Quando mio papà è entrato aveva 68 anni – racconta la figlia – ed è uscito martedì scorso, il 21 settembre, a 69».

Giuseppe Paduano insieme alla figlia Emanuela


Mesi di grande sofferenza e paura, costellati dalle telefonate dei medici, che in più di tre occasioni hanno detto alla famiglia di prepararsi a un addio, perché Giuseppe non ce l’avrebbe fatta.

LA TESTIMONIANZA

«Mio papà non aveva problemi di salute – racconta la figlia Emanuela, tornando all’inizio di questa storia fortunatamente a lieto fine – aveva avuto un infarto una decina di anni prima ma stava bene. Anzi era preoccupato per me, che qualche problema di salute invece ce l’ho, e stava attentissimo perché non voleva prendere e trasmettermi il Covid. Invece – gli occhi le si velano di lacrime – sono stata io a portarlo in casa, per una leggerezza».

Un senso di colpa che non l’ha mai abbandonata, e che ora l’ha spinta a raccontare la battaglia di suo padre: «Scoppio di gioia perché, contro ogni aspettativa, mio papà ce l’ha fatta. Sono grata ai medici che l’hanno curato e a tutti quelli che mi sono stati vicino. Ma soprattutto spero che questa testimonianza serva a mettere in guardia chi, ancora oggi, crede che il Covid non esista o che non sia pericoloso».

L’ODISSEA IN OSPEDALE

«Mio papà – racconta Emanuela – è un miracolato. I medici hanno detto che il suo è stato in assoluto il ricovero più lungo. E questo perché, oltre ad aver avuto una polmonite interstiziale da Covid, ha avuto anche altre infezioni e una grave insufficienza renale. Eppure è qui, ce l’ha fatta, è un miracolo».

Il 31 dicembre del 2020 Giuseppe arriva al pronto soccorso con i «polmoni sgretolati», come se fossero di polistirolo. Resta nel reparto di malattie infettive due-tre giorni, durante i quali sente telefonicamente e con videochiamate la figlia Emanuela, la moglie Lina e la sua numerosa famiglia (oltre ad Emanuela ha altri due figli, Massimo e Roberto, una nuora, Morena, e sei nipoti). I parametri peggiorano, viene trasferito in pneumologia. Lascia la maschera di ossigeno e indossa il casco, per mangiare e bere ha bisogno del sondino. Per altri tre giorni continuano le telefonate, anche se la sua voce si sente da lontano, poi Giuseppe non risponde più. «L’ho chiamato tre volte – ricorda Emanuela – e per tre volte non mi ha risposto. Poi alla quarta qualcuno ha messo giù. È stato il momento in cui l’hanno portato in terapia intensiva».

In quel reparto, prima intubato e poi tracheotomizzato, rimane tre mesi. «Tre mesi in cui non mi separavo mai dal cellulare, perché i medici chiamavano una volta al giorno per gli aggiornamenti. E ogni telefonata era una pugnalata al cuore. Quando restava supino per due giorni di seguito noi esultavamo, poi arrivava la doccia fredda: “Abbiamo dovuto pronarlo”. Più di una volta ci hanno detto che non ce l’avrebbe fatta, che non c’era più alcuna speranza».

Giuseppe però supera i momenti più critici e viene trasferito nel reparto di terapia semintensiva: «Aveva una grave insufficienza renale ma stavano pensando di trasferirlo a Correggio per iniziare la riabilitazione – racconta Emanuela – poi gli è tornata la febbre. Nuove infezioni, rischio setticemia, siamo tornati all’inferno».

Alla fine Giuseppe a Correggio ci arriva, in aprile. Lì inizia il percorso di riabilitazione (respiratoria e motoria), smette i farmaci e la morfina che ha dovuto prendere per nove mesi, riconquista – un passo alla volta – la sua autonomia. «Non è stato facile – racconta la figlia – ma lui è una roccia e ha una forza di volontà incredibile. Si è impegnato tantissimo, faceva riabilitazione da solo anche il sabato e la domenica. Ha detto che è per noi che ha voglia di vivere...».

IL SOGNO E LA SPERANZA

Mentre Giuseppe («assistito dai medici che ringrazio di cuore, tutti, specialmente la dottoressa Monica Massobrio e il dottor Alessandro Scarascia, a Correggio») lottava sul lettino d’ospedale, Emanuela combatteva a casa.

«Continuavo a sperare, ma ogni giorno mio papà peggiorava o si aggiungeva qualche difficoltà. Se sono riuscita a superare questo incubo è grazie agli amici e le amiche che mi sono stati vicino, ai miei colleghi e superiori (quando mio papà si è ammalato ero da poco stata assunta da Farmacie Comunali Riunite) e alla fede. Ero già credente, ma grazie al mio amico Eddy ho capito di dovermi proprio affidare. Una sera, dopo aver pregato insieme a lui, ho sognato mio papà: era senza tubi, stava bene, era di nuovo il mio papà. Ed è così che l’ho rivisto, alla fine».

L’ultima mazzata è arrivata a Correggio, quando Giuseppe aveva già iniziato la riabilitazione: «Sono andata da lui in lacrime, finalmente potevo rivederlo – ricorda Emanuela – ma lui non mi ha riconosciuto. I dottori mi hanno spiegato che i pazienti come mio padre spesso riportano danni neurologici e nessuno sa se e quando potranno essere superati. Lui era con me fisicamente, ma non era lui. È stato un dolore enorme. Poi da un giorno all’altro si è ripreso: mi ha sorriso, mi ha detto che stava bene. Pensava fosse passata solo una settimana dal suo ricovero e, vedendosi in sedia a rotelle, mi ha chiesto se avesse fatto un incidente. Gli ho spiegato che era stato il Covid, e che non era dicembre ma il 22 maggio. Era molto contento per la sua macchina, aveva creduto di averla distrutta», ride Emanuela.



IL LIETO FINE

Martedì scorso, finalmente, Giuseppe è tornato a casa. Ad accoglierlo un cartellone: “Bentornato Nonnet” (il suo soprannome) e una bottiglia di spumante per brindare. C’erano i figli, i nipoti e ovviamente il suo grande amore, Lina. Che però era in camera e l’ha fatto aspettare per qualche minuto in salotto: doveva finire di prepararsi per l’abbraccio più bello di tutta una vita.

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