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«Saman l’ho uccisa io»

La rivelazione al fratello della giovane «Lo zio disse: non dirlo ai carabinieri»

NOVELLARA. Il fratello di Saman non ha mai avuto dubbi sulla tragica sorte della sorella. E, dopo le iniziali reticenze, l’ha detto chiaro e tondo agli inquirenti affrontando diversi interrogatori, in special modo nell’incidente probatorio del 18 giugno scorso in tribunale a Reggio Emilia davanti al gip Luca Ramponi, alla pm Laura Galli (titolare del fascicolo) e agli avvocati difensori dei cinque indagati.

La terribile notte
Un terribile segreto che il 16enne ha portato dentro di sè per alcuni giorni, cioè dalla notte fra il 30 aprile e il primo maggio, quando la sorella litigò con i genitori per l’ennesima volta ed uscì di casa con in spalla lo zaino e le sue poche robe, non facendone più ritorno.

E il minorenne assistette a molte cose quella notte, prima fra le mura domestiche dove scoppiò la lite, poi stando sulla porta di casa con il buio incombente sull’azienda agricola illuminata ogni tanto dalle luci delle macchine in transito su via Colombo, infine al rientro in casa dello zio 33enne Danish Hasnain che – a dire del ragazzo – era stato chiamato telefonicamente dal padre quando Saman se ne voleva andare. Sono parole tremende quelle del fratello quando ripercorre quella notte in aula, perché sulla porta di casa dice di essersi reso conto dell’aggressione alla sorella nel momento in cui arriva lo zio che mette una mano sulla bocca della giovane pakistana e nel silenzio si sente solo la sua voce («Lasciatela a me, ci penso io») mentre la porta via.

L’orrenda rivelazione
E ciò che il fratello ha intravisto nel buio, troverà un’allucinante conferma quando lo zio rientra in casa (« Una o due ore dopo») e senza tanti giri di parole dice al ragazzo: «L’ho uccisa. Tua sorella è.... Non dire ai carabinieri». Una sofferta rivelazione che il 16enne fa rispondendo ad una domanda del giudice Ramponi, aggiungendo però altre cose. In primis sospetta che lo zio abbia strangolato Saman, ne chiederà subito conto al parente, incassando solo un laconico «lascia perdere questo». Sui vestiti dello zio non nota tracce di sangue e nemmeno di terra. Un omicidio su cui lo zio non rivela particolari al 16enne, men che meno dove è stato messo il corpo di Saman, anche se nell’incidente probatorio il minorenne si dice convinto che il cadavere non sia molto lontano dall’azienda agricola dove tutta la famiglia Abbas lavorava: «Io non ho guardato dove l’hanno messo e dove l’hanno fatto. Quello che ho saputo io l’ho detto ai carabinieri».

I due cugini
Sempre raccontando di quella assurda notte, il ragazzo rimarca che dopo lo zio arriveranno anche («Dieci, venti minuti dopo») due cugini chiamati telefonicamente dal padre Shabbar Abbas. Ne fa senza tentennamenti i nomi: Ikram Ijaz e Nomanulhaq Nomanulhaq. Prima non li aveva visti aggredire Saman nel buio, fra le serre, mentre ora se li ritrova in casa dove tutti piangono. Non sa se poi i due cugini siano rimasti lì a dormire, perché alla lunga non regge e sprofonda in un sonno di quattro-cinque ore. Al suo risveglio «c’era mio zio, loro non c’erano più».
E sempre secondo il ragazzo è lo zio che “orchestra” le fasi successive a quella tragica notte.
Dalla successiva partenza dei genitori per il Pakistan passano due giorni e arrivano i carabinieri a casa degli Abbas. Seguiranno sette-otto ore in caserma e lì il 16enne ammette d’aver detto il falso ai militari, o meglio riferito ai carabinieri la versione impostagli dallo zio Danish, cioè che Saman aveva preso i documenti ed era scappata.

Il “regista” della fuga
Tornati nell’abitazione la decisione di andarsene il più presto possibile: «Mio zio ha detto che i carabinieri hanno saputo qualcosa, è meglio che andiamo via da qua, andiamo a Imperia. Però... dobbiamo andare in Francia». Ad Imperia, il giorno dopo zio e nipote saranno raggiunti da Ikram e Numanulhaq («Ha detto mio zio di scappare»), ma ad un controllo della polizia il 16enne finisce in comunità perché senza documenti e nessun atto che comprovi l’assenso dei genitori ad essere accompagnato dal parente.
Inizia così una serie incrociata di telefonate verso il minore con un unico obiettivo: esortarlo a scappare dalla comunità.

Lo zio usa il cellulare di Nomanulhaq (avendolo con sè da quando era partito da Novellara), mentre i due cugini si fanno sentire con il telefonino di Ikram. E il ragazzo, in comunità, si fa poi furbescamente prestare il cellulare da un connazionale per contattare lo zio e sentirsi dire: «Vieni, scappa dalla comunità e vieni a Imperia, siamo in stazione». Lui ci prova annodando delle tovaglie per calarsi da una finestra del terzo-quarto piano, ma una volta giù sarà sorpreso da un educatore e la fuga finisce.

Infine, in aula, parla della Francia come via di fuga dello zio e dei due cugini: «Tutti e tre». A distanza di tre mesi da quelle parole i fatti gli hanno dato ragione: Ikram è stato catturato a Nimes e consegnato all’Italia dove si trova in carcere alla Pulce per concorso in omicidio premeditato ed occultamento di cadavere, mentre Hasnain è stato bloccato mercoledì alla periferia di Parigi. Dalla fuga francese manca solo Nomanulhaq all’appello.
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