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«Terza dose? È ancora in corso la valutazione per gli over 65»

Marco Massari, direttore Malattie Infettive del Santa Maria «Dopo mesi la protezione immunologica diminuisce»



REGGIO EMILIA. Nel reparto di Malattie Infettive del Santa Maria Nuova la situazione, dal punto di vista della pandemia, è tornata alla quasi normalità. Su 30 letti complessivamente disponibili, 11 sono riservati ai pazienti Covid e non sono tutti occupati. «Al momento i pazienti ricoverati in tutto il presidio ospedaliero reggiano sono in media tra i 25 e i 30. E mi riferisco al nostro reparto, la Pneumologia, la Rianimazione e la Lungodegenza di Scandiano», dice Marco Massari, direttore delle Malattie Infettive. Per i bambini e le mamme positivi sono destinati alcuni letti in Pediatria e Ginecologia, che ieri erano vuoti.


Dottor Massari, la vaccinazione di massa che impatto ha avuto sul suo reparto e sull’ospedale in generale?

«I dati, non solo di Reggio Emilia ma nazionali, a parte alcune realtà come la Sicilia, che ha un basso tasso di vaccinazione ed ha avuto un forte impatto dal turismo, dimostrano che la campagna vaccinale ed anche il green pass hanno protetto gli ospedali. Sono calati nettamente i casi gravi e gli ospedalizzati e questo sta permettendo al sistema sanitario di occuparsi quasi a tempo pieno delle patologie non correlate al Covid e di recuperare quell’enorme mole di prestazioni che sono state rinviate per colpa della pandemia. Pertanto, le strutture sanitarie sono in assoluta sicurezza e questo vale per reparti come il mio ma anche per la terapia intensiva. La vaccinazione oltre a salvare la vita delle persone dalla infezione evita un carico assistenziale sugli ospedali che potrebbe compromettere la diagnosi e la terapia delle altre malattie, salvando quindi indirettamente altre vite».

Il tema sul quale si sta dibattendo è quello della terza dose. Ci può spiegare a che punto è la discussione a livello nazionale e internazionale su questo argomento?

«Prima di tutto va fatta una premessa. I vaccini anti-Covid assomigliano molto a quelli per il meningococco, pneumococco ed epatite B, che prevedono tre dosi perché si è visto che sono necessarie per attivare le cellule di memoria che garantiscono protezione negli anni. Nei vaccini anti-Covid non è stato possibile sperimentare l’efficacia di una terza dose durante la fase sperimentale, altrimenti ci sarebbe stato un ritardo nell’autorizzazione e questo, in fase pandemica, non potevamo permettercelo. Gli studi sono stati impostati sulla valutazione dell’efficacia delle due dosi».

Adesso invece le sperimentazioni sono in corso.

«Questi vaccini danno una importante risposta immunitaria che combatte da subito l’infezione, ma hanno una ridotta risposta sulle cellule memoria. Dopo sei o otto mesi, vediamo un calo di protezione. Con le due dosi a distanza ravvicinata era già preventivabile che dopo diversi mesi gli anticorpi sarebbero diminuiti. I dati che ci provengono dai Paesi che hanno iniziato prima di noi la vaccinazione ci dicono che le persone con deficit immunologici rispondono meno a tutti i vaccini, questo compreso. Pertanto, ci si sta orientando sulla dose addizionale, a completamento del ciclo vaccinale. La terza dose per queste persone serve per metterle alla pari con chi ha ricevuto due dosi e ha sviluppato una risposta immunitaria adeguata».

In Italia e anche a Reggio Emilia si stanno vaccinando i trapiantati e gli immunocompromessi.

«Su questo aspetto c’è condivisione da parte della comunità scientifica».

Passiamo ora alle persone che non hanno deficit immunologici. Anche per loro si va verso la terza dose?

«Il dibattito in corso è proprio su questo tema. Qualcuno sostiene che potrebbe non essere necessario e che dunque è bene aspettare di avere altri dati. Si tratta di un atteggiamento di prudenza che è quello condiviso al momento anche dall’Italia. In Israele, che hanno iniziato a vaccinare prima di noi, avrebbero visto che dopo i 65 anni anche chi non ha deficit ha iniziato ad avere una protezione ridotta, anche verso forme severe di Covid. Pertanto, in quel Paese hanno iniziato a vaccinare queste persone. Negli Usa hanno dato l’autorizzazione alla terza dose per immunocompromessi e over 65».

In Italia si può immaginare in quale direzione si andrà?

«È probabile che la scelta sarà quella di estendere la terza dose agli operatori sanitari e over 65. Ma al momento nulla è stato deciso in proposito».

Qualcuno si chiede se dopo la terza dose ci sarà anche la quarta.

«Questo non è un vaccino come quello dell’influenza, che va fatto ogni anno. La terza dose dovrebbe servire per rinforzare la memoria immunologica per alcuni anni».

Il tema più delicato è quello dei bambini. Pfizer e BioNTech hanno annunciato che i loro vaccini sono sicuri per i bambini dai 5 agli 11 anni.

«Sui bambini il problema non è se i vaccini siano efficaci ma se siano sicuri. Il campione preso in considerazione non permette di avere informazioni solide sugli effetti collaterali. Ci vuole una statistica maggiore e dunque bisogna vedere cosa diranno gli enti regolatori».

I bambini non sono molto soggetti a casi gravi di Covid.

«Meno si fa circolare il virus è più si proteggono i soggetti fragili e si riduce la possibilità che si produca una variante. Più si estende la vaccinazione e più si dà un contributo alla collettività. Il vaccino è un atto collettivo e non individuale. Anche i bambini, comunque, si ammalano, anche se meno, e alcuni di loro manifestano sintomi per settimane».

In conclusione, a che punto siamo nella lotta al Covid?

«Il messaggio importante da dare è che ancora presto per mettere in discussione le mascherine. Abbiamo molti vaccinati ma assistiamo a una riduzione di efficacia della protezione in chi si è vaccinato tempo fa. Dopo 5/6 mesi la protezione dall’infezione asintomatica cala dal 90 al 65%. Questo vuol dire che è più probabile che un vaccinato possa contagiarsi ed essere portatore del virus rispetto ai primi mesi. Pertanto, dobbiamo continuare a tenere le mascherine negli ambienti chiusi e lavarci spesso le mani».

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