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Nelle scuole reggiane sospesi dieci “no pass” 200 scelgono il tampone

Il controllo del green pass in una scuola

Sono pochi ma cercano di organizzarsi in gruppi e di collegarsi con altre realtà nazionali: «Sabato saremo a Roma»



REGGIO EMILIA. Nella scuola i dissidenti non demordono. Sono una minoranza esigua ma determinata a pagare di persona il rifiuto di farsi vaccinare contro il Covid-19. In tutta la provincia non sono più di dieci, fra insegnanti, bidelli e personale tecnico-amministrativo, quelli che stanno subendo la sospensione dal servizio e dallo stipendio prevista dal decreto entrato in vigore il primo settembre per chi, non esibendo il lasciapassare sanitario, non è ammesso a scuola per cinque giorni. Sono più numerosi, almeno duecento, quelli che limitano la protesta al fatto di sottoporsi ogni due giorni al tampone spendendo ogni volta 15 euro, circa 200 euro al mese. Si tratta all’incirca del due per cento dei diecimila occupati nelle scuole reggiane. Sono pochi ma decisi ad uscire dall’isolamento e dal silenzio. Si sono organizzati nel gruppo “Scuola, libertà e Costituzione” e cercano di allargare il collegamento alle piccole coalizioni analoghe che si sono formate in altre città.


«Il primo incontro - preannunciava ieri Caterina Mattioli, insegnante di sostegno nella scuola media di Carpineti - lo avremo domani sera con delegazioni delle altre province emiliane. Inoltre siamo in contatto con Reggio Nuova, che comprende lavoratori degli altri settori obbligati al green pass dal prossimo 15 ottobre. Siamo un gruppo molto compatto intenzionato a porsi in rete con il territorio. Dalla scorsa estate ci siamo riuniti in ambienti privati. Comunichiamo fra di noi con la posta elettronica, WhattsApp e Telegram. Il 13 settembre abbiamo partecipato, organizzandoci autonomamente, allo sciopero indetto dall’Anief, l’unico sindacato che condivide la nostra presa di posizione. Sabato prossimo alcuni di noi parteciperanno a Roma alla manifestazione dei no-pass».

Fabio Bonvicini, docente di italiano e storia in servizio da tre anni all’istituto Zanelli, ha scelto di dimostrare il suo dissenso in una maniera diversa. Si è tamponato una volta sola, poi s’è messo in congedo parentale non retribuito per un mese. La legge, infatti, consente a un genitore di astenersi dal lavoro fino a dieci mesi per accudire un figlio di età inferiore a 13 anni. Gli è mantenuto il trenta per cento dello stipendio soltanto se il bambino non ha più di sei o, in certi casi, di otto anni. Bonvicini ha ricevuto per questa scelta l’apprezzamento di qualche studente, «che gli ha riconosciuto la coerenza con il modo in cui ha insegnato i principi della libertà e della democrazia». Il primo caso di contestazione s’era verificato al liceo Ariosto-Spallanzani, dove un lavoratore è stato sospeso dal servizio e dallo stipendio per essersi rifiutato per principio fin dal primo settembre di esibire il lasciapassare per entrare a scuola. Qualche docente, invece, ha optato per l’anno sabbatico, che consente di interrompere per undici mesi l’attività lavorativa e la retribuzione per dedicarsi alla formazione personale. C’è perfino chi s’è vaccinato ma condivide l’idea che la vaccinazione non debba essere imposta a chi non può permettersi di rinunciare a una parte o alla totalità dello stipendio».

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