«Solo la scuola salva le comunità dalla povertà educativa»

Carla Rinaldi e i 10 anni della Fondazione Reggio Children: «Bisogna credere nell’infanzia come bene universale»

REGGIO EMILIA. «Finalmente in presenza e finalmente si festeggia e con un’opera collettiva creata con Lego. Sono felice. Dieci anni meritano di fermarsi per festeggiare, ringraziare e guardare avanti. Ringraziare la città di Reggio Emilia e, con un partner storico come Fondazione Lego, proporre di dar forma con famiglie e cittadini a una “comunità di esseri viventi”. E poi, il “mattone su mattone” riporta a una metafora irrinunciabile, quella della costruzione del Noi, come accaduto con la prima scuola di Villa Cella, nata dal lavoro e dalla volontà delle donne e degli uomini per dare centralità all’infanzia». Sempre entusiasta, piena d’energia è Carla Rinaldi la presidente di Fondazione Reggio Children dalla nascita nel 2011: era il 29 settembre, e l’anniversario è imminente.

Pedagogista, da tutti conosciuta come Carlina è come un’istituzione nell’ambito del sistema educativo di Malaguzzi ma, a sua volta, progetta ed opera con rinnovata freschezza. Le sue riflessioni arrivano, scavano dentro perché dettate da esperienza, bagaglio tecnico ma soprattutto immutata passione e profonda sensibilità. Ci piace molto anche il suo sorriso! Con lei commentiamo i prossimi eventi che coinvolgono l’istituzione Fondazione Reggio Children creata quale laboratorio culturale che promuove progetti di ricerca e di solidarietà in ambito educativo.


Qual è stata l’esigenza che ha portato a creare la Fondazione?

«Su iniziativa del Comune di Reggio, partendo dai valori dell’esperienza reggiana, l’esigenza di interpretare la contemporaneità e il principio di Loris Malaguzzi che nessun bambino può star bene, se altri bambini soffrono, vicino o lontano da noi. Quindi l’urgenza di proporre progetti di educazione di qualità in comunità difficili o disagiate, costruendo reti per migliorare la vita dell’infanzia e delle comunità stesse, educare ed educarsi, adulti e bambini».



Com’è stato il lavoro in questi anni?

«Difficile e bellissimo insieme. L’identità di Fondazione Reggio Children è nata giorno per giorno sui temi dell’educazione di qualità, la partecipazione, la ricerca e la solidarietà. Reggio Emilia aveva già espresso molto della sua vocazione all’educazione attraverso l’Istituzione scuole e nidi d’infanzia e la Reggio Children srl, e molto le era stato restituito da queste due realtà. Quindi si trattava di dare corpo a un soggetto nuovo che esaltasse il significato più bello e nobile della solidarietà, così importante per Reggio».

Solidarietà e ricerca come si esprimono nella vostra azione?

«La ricerca, elemento comune e strategia di tutto il mondo Reggio Approach, significa incontrare i bisogni delle diverse realtà e comunità secondo quella pedagogia dell’ascolto che i bambini ci hanno insegnato. Noi non ci occupiamo direttamente di servizi educativi, ma di ciò che può essere di supporto alla scuola o alle comunità, con proposte integrative, spazi di apprendimento, attività extrascolastiche. Al nostro fianco, istituzioni, organizzazioni, Governi e Università di tutto il mondo, a partire dal Desu-Unimore. La ricerca è andare verso un “non so” per trovare una risposta nuova ed è essenziale per essere veramente solidali».

In questi anni sono aumentati i diritti calpestati, le guerre, la povertà educativa. Anche in emergenze estreme si può intervenire con i vostri progetti?

«Sì. Credere nell’infanzia come bene universale, nell’educazione di qualità e nella comunità educante è la risposta più forte che si può dare alla povertà educativa. I destinatari dei nostri progetti non sono solo i bambini, ma le comunità. Occorre diffondere il “possibile” di cui parlava Jerome Bruner soprattutto dove i diritti sono negati».

Poi è arrivata la pandemia…

«Sì, ma la scuola è stata più forte. Dobbiamo soprattutto ai ragazzi e agli insegnanti se si è ritrovato il senso della scuola e della voglia dell’educarsi insieme. Sorretta da questo desiderio, una nuova scuola è possibile, che, in presenza o a distanza, riesca a essere ricca di opportunità. Solo la scuola salva la comunità».

E adesso un bilancio... Come stanno andando i progetti?

«Bene, Covid a parte. Sono vitali, con grandi gioie, paure, emozioni garantite. Progetti 0-99 anni perché coinvolgono comunità intergenerazionali attorno all’infanzia. Come il progetto su benessere e gusto di Pause - Atelier dei Sapori, “scintillae” su gioco e apprendimento con Lego, Face-Farsi Comunità Educanti appena concluso, Fare Scuola con Enel Cuore Onlus su ambienti di apprendimento in 80 scuole italiane».

Chi sono i compagni di questo vostro viaggio?

«Gli artefici sono i nostri giovani esperti in varie discipline, dipendenti e collaboratori guidati dal direttore Giuseppe Zizzo. Poi i fondatori partendo dal Comune, con il Sindaco Vecchi, l’assessora Curioni e la giunta, Iren, Coopselios, Fondazione Manodori, Cir, Andrea Malaguzzi, il governo del Sud Australia e altre grandi realtà che hanno creduto in noi. Partner come Fondazione Lego, Enel Cuore Onlus, Con I Bambini e Acri, senza i quali non avremmo avuto gambe per camminare. Quindi i massimi esperti del comitato scientifico, il cda… l’elenco è lungo e ricordo che ogni cittadino che lo desideri può diventare socio sostenitore».

La più bella soddisfazione?

«Vedere i progetti continuare oltre la loro fine formale, come sta accadendo con Face».

Come sarà Fondazione Reggio Children tra dieci anni?

«Sicuramente sempre più internazionale e più legata ad altre fondazioni nel mondo, per costruire con comunità locali un pezzo di futuro partendo dall’infanzia. Un futuro solidale dove l’empatia e l’inclusione non sono parole, ma qualità delle relazioni tra le persone, le culture e la natura».

© RIPRODUZIONE RISERVATA