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«Il governo Draghi ascolta le imprese ma poi scarica tutto sui lavoratori»

Sesena (Cgil): dubbi sul green pass avallato dagli industriali «Meglio l’obbligo vaccinale per evitare discriminazioni»


REGGIO EMILIA. «Il green pass obbligatorio al lavoro non convincerà 10 milioni di non vaccinati italiani perché molti non sono nemmeno lavoratori. Noi abbiamo sempre chiesto che fosse introdotto l’obbligo vaccinale, evitando così discriminazioni. Invece ora lo Stato ha scaricato una sua responsabilità proprio sui lavoratori». Il Covid entra ovunque, anche nelle aziende. Lo sanno bene i sindacalisti come Cristian Sesena che in questo ultimo anno e mezzo si sono dovuti barcamenare tra crisi sanitaria e crisi economica causa Covid. Ora l’economia reggiana corre ma il nuovo punto di attrito si chiama green pass, la cui obbligatorietà sui luoghi di lavoro sarà introdotta dal ottobre, con il plauso del presidente degli industriali reggiani Fabio Storchi al governo Draghi, mentre per il segretario della Cgil reggiana servivano misure più nette.

Cristina Sesena (Cgil)


Sesena, il decreto del governo sta scuotendo il sindacato.

«Intanto, prima di chiedere ancora qualcosa ai lavoratori, bisognerebbe ringraziarli per aver permesso alle aziende di rimanere aperte e di arricchirsi».

Gli industriali non hanno dubbi: sì all’obbligo del green pass. I sindacati non sono così determinati. Perché?

«Noi non siamo stati consultati ma solo informati a cose fatte. Non mi stupisce che Storchi ne sia molto contento. Fin da subito gli industriali si sono schierati con Draghi che nella Confindustria ha da sempre uno sponsor. Le parole entusiastiche di Storchi sull’obbligo del green pass lo certificano».



L’intenzione però non è sempre la stessa? Aumentare i vaccinati?

«Noi siamo per uno Stato che si assume la responsabilità decidendo per l’obbligo vaccinale. Invece lo Stato rende obbligatorio il green pass per tenere insieme la sua maggioranza scaricando la responsabilità sui lavoratori. Lo Stato quindi si deresponsabilizza applicando l’obbligatorietà in via surrettizia e non estesa a tutti. Ci sono 10 milioni di italiani non vaccinati, una soglia preoccupante che va dai 45 ai 65ennni e solo in parte lavorano. Con l’obbligo vaccinale la strada era più chiara e in discesa».

Tutta colpa della politica quindi?

«Qui il problema è Salvini che non vuole l’obbligo vaccinale perché sta vendendo erodersi il suo consenso in favore della Meloni e Draghi mette d’accordo tutti con il green pass obbligatorio. C’è anche un problema di fondo perché il diritto al lavoro viene subordinato a un’indagine sullo stato epidemiologico, facendo poi pagare i tamponi a chi non è vaccinato. Diverso sarebbe una norma che vale per tutti, chiara e che eviterebbe i tamponi a pagamento».

Avete l’impressione che ci possano essere molti non vaccinati nelle imprese qui nel Reggiano?

«Credo che il territorio reggiano abbia un alto tasso di vaccinati ma la certificazione obbligatoria potrebbe essere foriera di problematiche e possibili discriminazioni. Dobbiamo dircelo francamente: se non hai il green pass mantieni il posto di lavoro, come chiesto dai sindacati, ma l’obbligo può diventare un elemento di forte discriminazione».

Dovrete mettervi d’accordo con gli imprenditori su come applicare i controlli?

«Adesso è ancora prematuro per dirlo. Il decreto dice che le aziende si dovranno organizzare per i controlli. Il datore di lavoro non può però trattare i dati sanitari del dipendente. A farlo dovrà essere il medico competente dell’impresa quindi anche l’applicazione del controllo all’ingresso dei dipendenti non è un passaggio così semplificabile. Noi non ci sottrarremo al confronto e con i nostri rappresenti sindacali e della sicurezza andremo a cercare soluzioni rispetto all’applicazione del decreto vigilando sui diritti».

Teme nuove frizioni?

«Dipende dal tasso di buonsenso con cui verrà gestita la cosa anzitutto da chi ha il pallino in mano, cioè gli imprenditori. Poi il dispositivo è legato allo stato emergenza che durerà fino al 31 dicembre».

C’è chi ha detto che siete no-vax o che guardate anche agli iscritti che strizzano l’occhio a Salvini e Meloni?

«Siamo stati accusati di essere no-vax perché sulle mense aziendali ci siamo permessi di dire che c’era una situazione confusa e di non sanzionare i lavoratori. Tra di loro ci sarà sicuramente uno zoccolo duro che dice no al vaccino perché lo ritiene uno strumento della presunta dittatura sanitaria di controllo orwelliano e via dicendo.. Ma c’è anche chi non ha avuto informazioni adeguate, chi ha patologie, chi ha fatto fatica a vaccinarsi o chi ha semplicemente paura. Non si può semplificare. Noi non facciamo le barricate ma diciamo no a tutte le discriminazioni».

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