«Nella bottiglia vorrei che trovaste il pane dell’incontro»

Castelnovo Monti. Ormai è diventato un appuntamento fisso, e anche atteso, il “Messaggio in bottiglia” inviato agli studenti dal vicesindaco e assessore alla scuola di Castelnovo Monti – nonchè insegnante alle scuole medie di Villa Minozzo – Emanuele Ferrari. Il messaggio di quest’anno si intitola “Dalle mie parti” ed è un nuovo messaggio di amore per i ragazzi, ma anche per il territorio appenninico.

il messaggio


«Dalle mie parti, ma forse anche dalle vostre, c’è ancora gente che si alza presto, quasi tutte le mattine. Quelli che si alzano presto, dalle mie parti spesso fanno una cosa, la prima del mattino: escono per andare al forno a prendere il pane. Dalle mie parti, può darsi anche dalle vostre, si usa uno strano giro di parole per dire quella cosa che si fa per prima, quando ci si alza presto. Non si dice semplicemente “vado a prendere il pane”, ma la frase giusta, che gira e suona meglio, con un senso forse più compiuto (se non completo), è questa: “arrivo a prendere il pane”. Già perché se uno ci pensa bene è proprio così, per prendere il pane serve arrivarci. O meglio bisogna arrivare, fare un cammino, dei passi. Il pane non si prende così, su due piedi. I piedi bisogna muoverli, farli andare, farli arrivare dove il pane si trova, ci aspetta. Arrivo a prendere il pane è una dichiarazione d’intenti, qualcuno la potrebbe anche considerare una sgrammaticatura, uno strafalcione. Ma non è così. Dice davvero che cosa è il pane e come si fa a prenderlo, dice che al pane ci si arriva, che un cammino serve sempre, un punto di partenza e uno di arrivo, se si vuole davvero prendere una cosa come il pane, toccarla con mano, portarla alla bocca, nutrirsene. Se si vuole che quella cosa lì sia davvero il pane che cerchiamo». E prosegue: «Poi dalle mie parti succede un’altra cosa, ma spero anche dalle vostre. Che quando uno arriva a prendere il pane c’è una ragazza giovane che ti saluta, sta dietro il banco con un grande sorriso e la prima cosa che ti chiede non è cosa vuoi, ma come stai. Ecco è una roba un po’ paradossale, se uno si ferma a pensarci (perché a volte per pensare non c’è altro da fare, bisogna fermarsi): tu arrivi a prendere il pane, magari anche un po’ trafelato, dentro la fretta del mattino, e c’è una persona che ti sorride e chiede come stai. Arrivare per stare. E a quel punto uno può dire una frase qualsiasi e poi chiedere il pane desiderato, oppure può scegliere di dire come sta, dove si trova e come ci si trova, se è possibile trovarsi. Davvero il posto conta relativamente, è lo stare in un certo modo che fa la differenza, e poterlo raccontare (a qualcuno che te lo chiede per giunta), farne un filo che passa da me all’altro».

la scuola

Poi ancora: «Così dalle mie parti la scuola si fa e si vive alzandosi presto al mattino, per alcuni molto presto. A scuola bisogna poi arrivarci, innanzitutto. E fare un cammino, fare un bel po’ di strada. E quando ci sei a scuola, per arrivare a prendere il pane, portarlo alla bocca e nutrirsi, credo che l’unica cosa da fare sia mettersi totalmente e “insensibilmente”(come un gesto naturale, come respirare), nella dimensione dell’incontro, di quel luogo che fa spazio, e rovescia le avversità in quelle che Montale chiamava occasioni, uno squarcio nel tessuto opaco del mondo, dove un senso si apre, si schiude, non solo per me, per noi. Così per quest’anno nella bottiglia vorrei poteste trovare (forse anche arrivare), questo tipo di pane, chiamiamolo il pane dell’incontro, di cui la scuola si nutre. Che non è soltanto incontrare qualcuno, ma incontrarsi in qualcuno, comprendere che siamo parte, che ci apparteniamo, comprendere “insensibilmente” (cioè quasi senza accorgersi, in modo naturale, come mettere un passo in fila all’altro), che sono finiti i giochi che facevamo da soli, perché adesso iniziamo a leggere, che è un gesto che si declina al plurale».

LEGGERE

«Aprire e sfogliare il libro del mondo, dove possiamo trovare noi stessi, o anche dove possiamo trovare noi e basta, diventare un noi. E iniziare a tessere un discorso, attraversare le parole e vedere cosa possono fare in concreto (se ci sono cresciute dentro e le buttiamo fuori, le esprimiamo, perché premono e ci premono, e vogliono uscire e incontrare a loro volta, completarsi), come cioè possiamo arrivare a prendere il pane. O dell’altro. Perché dell’altro c’è sempre, sempre ne resta. E non di solo pane, diceva ancora qualcuno», conclude.

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