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Abusò in bagno della bimba: tre anni di pena

Zona Ceramiche: contrari pm e legale dell’uomo: «Va assolto, smentita la teste principale». Piange la madre della piccola: «C’è giustizia»

ZONA CERAMICHE. Un caso oltremodo delicato e difficile che ha creato anche ieri – nell’ultima udienza, dopo 4 anni di battaglia legale – grandi divisioni. Da giudicare un uomo al tempo 48enne che avrebbe adescata una bimba di 5 anni al bar di un circolo in un pomeriggio di fine estate 2012, offrendole delle caramelle per poi portarla dentro al bagno, rinchiudendola e mettendo in atto una violenza sessuale di portata inaudita per la piccola che è poi scappata. Ma ieri, a sorpresa, la pm Valentina Salvi chiede l’assoluzione dell’imputato (presente come sempre in aula) perché ritiene contraddittori gli elementi emersi nel procedimento. Di diverso avviso l’avvocato Nino Ruffini che tutela i genitori della minore ora 14enne (in udienza c’è solo la mamma) costituitisi parte civile: chiede la condanna e deposita una memoria scritta.

In linea con le conclusioni della pm Salvi è poi l’arringa dell’avvocatessa Francesca Corsi che difende l’imputato. Chiede l’assoluzione perché il fatto non sussiste: «La barista, principale testimone, è stata smentita dagli altri testi. Dice di aver visto nel video a circuito interno del circolo l’imputato entrare in bagno con la bimba, aggiungendo poi che inspiegabilmente quel passaggio era annerito. Tutto ciò non è vero: quelle immagini non inquadrano la porta del bagno e il filmato è continuativo, non è stato manipolato». Dopo circa un’ora e mezza di camera di consiglio la Corte – presieduta da Simone Medioli Devoto, a latere i colleghi Sarah Iusto e Stefano Catellani – è uscita con una sentenza di condanna: 3 anni di reclusione, 5 anni d’interdizione dai pubblici uffici e il pagamento alle parti civili di una provvisionale di 5mila euro, rinviando ad una causa civile il risarcimento-danni. Fuori dall’aula piange la madre della vittima, si sente ripagata dalla sentenza, come il suo avvocato: «Nel processo sono stati raccolti gravi indizi a carico dell’imputato – rimarca Ruffini – che il collegio giudicante ha saputo ben valutare, nonostante le difficoltà di ricostruzione, conseguenza del particolare ambiente in cui è avvenuto». C’è una frase della bimba su cui è ruotato il processo: «Lo sai che si è tirato giù le mutande e mi ha detto di toccarglielo». Lo disse subito alla barista, poi alla nonna e alla madre giunta dopo. «La barista che riporta per prima quelle parole si è dimostrata non credibile – commenta l’avvocatessa Corsi – e faremo appello, perché è significativo che il pm si sia convinto durante il processo di escludere la responsabilità penale del mio assistito».


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