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«Un depistaggio la mossa con gli attrezzi. I tre indagati sapevano delle telecamere»

Il Riesame ritiene le immagini del 29 aprile un modo per far pensare alla preparazione di una fossa dentro l’azienda agricola

REGGIO EMILIA. Se ne parla da tempo delle immagini della telecamera di sorveglianza che ritraggono il 29 aprile scorso – all’interno dell’azienda agricola “Le Valli”di Novellara – tre indagati (lo zio Danish Hasnain, i cugini Ikram Ijaz e Nomanulhaq Nomanulhaq) a lungo impegnati in una sospetta attività agricola serale fuori dal normale orario di lavoro, proprio la notte prima della sparizione di Saman Abbas.

Un lavoro oscuro


I tre hanno in mano una pala, un secchio e un piede di porco e che in quelle ore serali (dalle 19.16 alle 22.24) abbiano compiuto un qualcosa di illegale ne sono convinti da tempo gli inquirenti (cioè i carabinieri coordinati dalla pm Laura Galli) ma anche i tre giudici del Riesame di Bologna che hanno firmato l’ordinanza con cui hanno detto “no” alla liberazione del 28enne Ijaz.

Ma proprio la Corte bolognese – presieduta dal giudice Andrea Santucci – su quelle immagini va oltre, dando una ben precisa interpretazione, cioè che si è trattato di una messinscena. «L'attività, proprio perché eseguita consapevolmente sotto la ripresa delle telecamere – scrivono i tre magistrati giudicanti nelle motivazioni dell’ordinanza – sarebbe stata compiuta come una sorta di preventivato depistaggio, per indirizzare le ricerche del corpo della povera ragazza (una volta fatalmente attivatesi dopo la sua scomparsa) in una zona dove mai sarebbe stato trovato, così fatalmente compromettendo o almeno rallentando le indagini e consentendo agli autori del delitto il tempo di dileguarsi con tranquillità e in modo definitivo».

Un’interpretazione del Riesame che può dare la spiegazione del perché i 67 giorni di febbrili ricerche fra le serre dell’azienda agricola dei Bartoli non abbiano portato al rinvenimento del cadavere di Saman. E quello che lo zio Danish – in una chat di Watspapp con una donna con cui è legato sentimentalmeente – inquadra compiaciuto come «un lavoro fatto bene» alludendo ad un delitto perfetto, può essere la sottintesa indicazione di una collocazione del corpo ben lontano dall’azienda agricola, per di più smembrato se ebbe un seguito la riunione familiare a casa degli Abbas del 30 aprile a Novellara, descritta dal fratello di Saman: «Io faccio piccoli pezzi e se volete porto anch'io a Guastalla, buttiamo là, perché così non va bene. Lei fa troppe cose, mette pantaloni, eh fuori dalla mussulmana».

«Disfarsi delle membra»

E il Riesame rimarca in un altro passaggio come possibile «lo studio del modo di disfarsi delle membra della sventurata senza che possano mai più essere ritrovate». Del resto Saman sparisce la notte fra il 30 aprile e il primo maggio, ma sino al 5 maggio (giorno in cui avviene la perquisizione da parte dei carabinieri su ordine della Procura che ritiene vi sia in atto il tentativo di costrizione al matrimonio della pakistana 18enne) zio e due cugini non subiscono controlli, quindi in quei giorni potrebbero aver perfezionato il loro piano omicidiario, nascondendo ancor meglio quanto commesso. Sta di fatto che la “visita” dei carabinieri del 5 maggio viene interpretata come un campanello d’allarme per chi è rimasto (i genitori di Saman se ne erano invece già andati il primo maggio, imbarcandosi alla Malpensa) e tutti fuggono.

Escluso con forza

Ritornando al 29 aprile, il fratello di Saman dice di non aver visto cosa stessero facendo i tre familiari quella sera, perché lo zio Danish lo escluse categoricamente da quell’attività, il che poi lo porterà a pensare (e lo dirà nell’incidente probatorio davanti al gip Luca Ramponi) che intendevano preparare la fossa per nascondere il cadavere di sua sorella: «Sì,sì, perché l'hanno pensato da prima di fare questa cosa, di uccidere, no? Poi io girato un po' la testa, no? quando ho chiesto a mio zio: "Posso andare anch'io con voi?", io ho chiesto due o tre volte a mio zio, non- è solo una volta ho chiesto ... andato dietro di loro. lo anche a casa ho chiesto due o tre volte: ''Posso andare con te?", però lui dice: "No, non puoi andare. Là c'è... là ci sono ...noi lavoriamo. Cosa ci fai».

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