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Eutanasia, Camisasca contro il referendum: «Sarà una catena di morti»

Il vescovo a gamba tesa sulla proposta che si avvia ormai spedita alle urne: «Se diamo il diritto di uccidere perché poi combattiamo la pena capitale?»

REGGIO EMILIA. «Se noi diamo all’uomo la possibilità di uccidere non potremmo più fermare la catena delle morti». È destinata a sollevare un polverone l’intervista rilasciata dal vescovo di Reggio Emilia e Guastalla, Massimo Camisasca, pubblicata lunedì 30 agosto sul quotidiano La Verità di Maurizio Belpietro e rimbalzata sui social, tramite la rassegna stampa di Radio Radicale: un’intervista contro l’eutanasia, che il vescovo ha bollato come “cultura della morte” (papa Giovanni Paolo II) o “cultura della scarto” (papa Francesco).

Un intervento a gamba tesa, quello di monsignor Camisasca, il quale denuncia il rischio della catastrofe umanitaria e sanitaria qualora si dovesse arrivare alle estreme conseguenze di una legge sull’eutanasia. Mentre il referendum sulla “dolce morte” legale viaggia spedito verso la convocazione alle urne per i prossimi mesi, grazie all’associazione Luca Coscioni e ai radicali che hanno già raccolto a livello nazionale oltre 750mila firme, la presa di posizione del vescovo è durissima.


Rivendicando «ragioni laiche» e citando pareri di giuristi come Giovanni Maria Flick e Luciano Violante, Camisasca affonda: «Se diamo all’uomo il diritto di uccidere perché allora combattere la pena di morte? Perché combattere la violenza sulle donne? Tutte lotte sacrosante, ma che possono trovare la loro giustificazione e forza soltanto in una legislazione che riconosca il valore sacro di ogni vita. Chi stabilisce se per quella persona il dolore è intollerabile? Come valutare il dolore psichico? Ogni depresso avrà diritto all’eutanasia? Ogni depresso ha pensato almeno una volta al suicidio».

«L’uomo non è padrone della propria vita», esordisce il nostro presule, anche se al giorno d’oggi «l’uomo che si sente padrone di se stesso non può non avvertire i limiti dell’esistenza quali la malattia e la morte. Siamo invitati a riconoscerci come illimitati e onnipotenti, diventiamo così disumani. Dobbiamo riscoprire il valore di ogni esistenza, anche la più tormentata».

La Chiesa, secondo Camisasca, dice no all’accanimento terapeutico e all’eutanasia sia attiva sia passiva perché «dà all’uomo le chiavi della propria soppressione, anche qui dimenticando che egli è creatura». Di fronte al dolore occorre comprensione: «Non giudico il dramma di chi vive, magari da anni, assistendo un proprio caro e ce non ce la fa più e neppure quello di chi desidera morire, stremato dalle lunghe prove. Tutto ciò però non giustifica il diritto a porre fine alla propria vita, né soprattutto può dare ragione a uno Stato che giustifichi tale diritto per legge. Non nego l’immensa sofferenza di chi è segnato da malattie irreversibili, talvolta da lunghi anni, e il dolore e la fatica dei familiari. Cosa farei io se mi trovassi in quelle situazioni? Non giudico nessuno, ma nello stesso tempo non riesco a trovare le ragioni per una giustificazione dell’eutanasia».

Secondo il vescovo le possibili ricette sono da ricercare semmai «nel prendersi cura di noi stessi e degli altri. Lo Stato dovrebbe in tutti i modi sostenere le cure palliative, le terapie del dolore, aiutare attraverso una costante presenza infermieristica. Occorre una legislazione più chiara sul sostegno alla vita, sulla cura della sofferenza e sul dolore. Occorre un intervento finanziario più consapevole. La priorità non è ridurre il numero dei malati ma spendere di più per prenderci cura di essi». Quando l’intervistatore tira fuori il concetto della “vita indegna di essere vissuta”, ricorrente nel nazismo, Camisasca riflette: «Le derive eugenetiche del nostro tempo sono state notate da tanti autorevoli pensatori. Mi impressiona notare come una massiccia informazione sui pericoli del ritorno del nazismo sia completamente cieca di fronte a questi aspetti».

La guida della Curia reggiana è consapevole che il mainstream dell’attuale società va in un’altra direzione e non lesina un monito ad uso e consumo di un mondo cattolico diviso al suo interno. «La civiltà borghese è una civiltà schizofrenica, rivendica i diritti di tutti tranne che di coloro che creano problemi. Ritengo che nella chiesa di oggi ci sia poca attenzione alle tragiche derive culturali del nostro tempo. Non si tratta tanto di fare battaglie quanto di ricominciare a tessere l’alfabeto dell’umano, che abbiamo quasi completamente dimenticato».

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