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«Disposta a pagare per fare lavorare mio figlio autistico»

La richiesta di Tiziana Orefice, mamma del ventenne Hamza: «Dopo la fine della scuola questi ragazzi diventano invisibili»

REGGIO EMILIA. Hamza ha quasi vent’anni, è affetto da una forma grave di autismo e ha bisogno di lavorare. La mamma è disposta a pagare di tasca propria affinché possa trovare un’occupazione anche solo qualche pomeriggio la settimana. Non per essere autosufficiente o mantenersi, ma perché il lavoro per lui rappresenta uno, se non l’unico, modo per migliorare la propria condizione e inserirsi nella società. Ma trovare un’occupazione anche solo per qualche pomeriggio la settimana e uscire dalla struttura residenziale in cui vive e relazionarsi con il mondo esterno sembra impossibile. «Sapesse quante porte in faccia mi sono trovata, soprattutto in questo periodo a causa della pandemia», racconta la mamma Tiziana Orefice che non si rassegna a vedere il figlio confinato per tutta la vita in una struttura.

E allora decide di fare un post su Facebook e di affidarsi al passaparola per chiedere aiuto. Un messaggio in cui in poche righe scrive di essere disposta ad essere lei a pagare per l’assicurazione del figlio e a farsi carico del costo dell’educatore che lo seguirà nel percorso di inserimento lavorativo. Più che un appello è una fotografia reale della situazione in cui si trovano molti ragazzi con disabilità fisica e soprattutto mentale – e le loro famiglie – al termine del percorso scolastico. Quando questi ragazzi rischiano di diventare invisibili per la società.


Il post pubblicato da Tiziana, che di professione fa l’insegnante ed è madre single di quattro figli, non ha bisogno di molte spiegazioni. «Sono la mamma – scrive – di un ragazzo autistico, ormai ventenne, che si trova in una struttura per disabili. Il mio post non vuole essere una polemica sul fatto che la città offre ben poco dopo l’infanzia, soprattutto ai meno fortunati; ognuno trae le proprie conclusioni. La mia è una richiesta di aiuto perché, ora che mio figlio ha finito la scuola, inizia la sfida più difficile, quella di tenerlo “occupato”. Cerco qualche associazione, ditta, società o altro, che possa offrirgli la possibilità di fare qualcosa di manuale. Sono disposta a sostenere le spese assicurative, laddove necessario, e mio figlio sarebbe comunque accompagnato e affiancato da un educatore. Magari tra i vostri conoscenti c’è qualcuno che può aiutarmi. Ringrazio sin d’ora chi lo farà», dice prima di lasciare i suoi recapiti (tizianaoreficex@gmail.com).

Spiegazioni forse non servono, ma qualche interrogativo le riflessioni di Tiziana le pongono. Soprattutto quando dice che «a Reggio sebbene le risposte da parte del Comune e dell’Ausl ci siano, manca la possibilità di costruire un percorso personalizzato per l’inserimento di questi ragazzi in età adulta». Anche le stesse associazioni di volontariato, spiega, «si arrendono davanti a situazioni problematiche come può essere quella di mio figlio. Non devo solo preoccuparmi del dopo, di quando non ci sarò più a seguirlo, ma dell’oggi e del fatto che non riesco ad accettare che mio figlio a vent’anni sia destinato per tutta la vita a essere ospitato in una struttura residenziale». Quella che racconta Tiziana è una storia di sofferenze, mortificazioni, umiliazioni, sconfitte, lunga vent’anni. E vissuta da sola, assieme ai fratelli di Hamza, perché a Reggio non ha né il padre dei suoi figli, né parenti a cui chiedere aiuto. Per seguire un ragazzo problematico, aggiunge, «non basta che gli educatori conoscano il linguaggio dei segni o la presenza degli insegnanti di sostegno a scuola. Servirebbe un educatore che lo seguisse con continuità per costruire un progetto di vita individualizzato. E a Reggio questo non c’è». Il mio sogno, continua, «sarebbe quello di replicare l’esperienza che ho visto realizzata a San Benedetto del Tronto con il ristorante “Centimetro zero” dove i ragazzi seguiti dagli educatori si alternano nei lavori nell’orto e nel ristorante. E dove, mi ha raccontato uno dei responsabili, ragazzi che erano aggressivi e non comunicavano con nessuno, si sono aperti al mondo che li circonda».

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