Saman, la terribile riunione di famiglia per decidere su «come farla a pezzi»

È uno dei passaggi contenuti nell’ordinanza del tribunale del Riesame che ha confermato il carcere per il cugino Ikram Ijaz

NOVELLARA. Nuovi inquietanti e terribili particolari emergono sulla scomparsa di Saman Abbas. Come quello relativo a una riunione che si sarebbe tenuta il 30 aprile a Novellara, a casa della famiglia Abbas, a cui avrebbe partecipato lo zio Danish Hasnain e un altro parente in cui si sarebbe parlato delle modalità con cui far sparire il cadavere di Saman, facendolo a pezzi. Particolare uscito dall’incidente probatorio del fratello minorenne di Saman, sparita proprio la sera del 30 aprile.

Queste le parole del fratello: «Ha detto: io faccio piccoli pezzi e se volete porto anch'io a Guastalla, buttiamo là, perché così non va bene». Questo doloroso passaggio viene citato nell’ordinanza del tribunale del Riesame nel quale sono contenute le motivazioni per le quali è stato respinto il ricorso del cugino Ikram Ijaz, in carcere per l'omicidio in concorso con un altro cugino, lo zio e i genitori, tutti latitanti. Ma sono anche altri i passaggi nei quali la crudeltà dei fatti torna ad emergere con inaudita potenza.

A partire dal movente dell’omicidio di Saman, uccisa per essersi opposta a un matrimonio combinato. Movente, si legge nell’ordinanza, che «affonda in una temibile sinergia tra i precetti religiosi e i dettami della tradizione locali (che arrivano a vincolare i membri del clan ad una rozza, cieca e assolutamente acritica osservanza pure della direttiva del femminicidio)».

Tra i motivi per cui il tribunale del Riesame ha negato la libertà a Ikram Ijaz, l’altissima probabilità che abbia partecipato all’omicidio e non solo alla sua preparazione, e il fatto che si sia dato immediatamente dopo alla fuga. Ikram Ijaz, infatti, dopo avere scavato la buca il 29 aprile, nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio arrivò a casa della famiglia Abbas con l'altro cugino Nomanhulaq Nomanhulaq che, come lui, aveva partecipato alla fase preparatoria. Per questo, secondo il tribunale del Riesame «l'ipotesi più probabile e qualificata è che» i due cugini «abbiano anche partecipato alla materiale esecuzione dell'omicidio», aiutando lo zio Danish Hasnain.

D’altra parte in una chat che è stata messa agli atti, è lo stesso zio a dire a un conoscente: «Abbiamo fatto un bel lavoro». Poi la «subitanea fuga all’estero», si legge nell’ordinanza. Vale la pena ricordare che Ikram era stato arrestato in Francia durante la sua fuga verso Ventimiglia, mentre l'altro cugino, lo zio e i due genitori, tutti accusati di omicidio premeditato e sequestro di persona, sono ancora latitanti. Ebbene, per il tribunale la fuga è «priva di qualsiasi spiegazione» non motivata «dalla corresponsabilità nell'omicidio e dalla conseguente necessità di sottrarsi al perseguimento di tale delitto».

Perché rinunciare all’improvviso a un lavoro regolarmente retribuito per di più senza avvertire il datore di lavoro della decisione presa? Ikram Ijaz, questa la conclusione dei giudici, «si è posto freddamente e fedelmente al servizio di un feroce assassino mosso dalla tradizione culturale e religiosa che lui stesso condivide». D’altra parte, si legge ancora nell’ordinanza, dalle parole di Ikram Ijaz, «non è emerso il benché minimo senso di commozione per la terribile sorte della povera giovane che pure è una sua parente, il benché minimo rimprovero per chi un tale gesto» ha compiuto, né il minimo dubbio «sulla correttezza etica di quei dettami della tradizione in ossequio ai quali l'omicidio è stato commesso».

Per il tribunale del Riesame, che hanno confermato l’ordinanza del Gip, il pachistano 29enne ha fatto propri «i motivi a delinquere del coindagato in ipotesi più pericoloso e temibile», cioé lo zio di Saman, Danish Hasnain. «Si è dunque al cospetto di una vicenda rivelatrice di totale caduta delle basilari spinte criminorepellenti».