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«Ero in Afghanistan nel ’73 quando deposero il re»

Giuliano Marasi

Giuliano Marasi: «Era un Paese tranquillo. Le cose cambiarono radicalmente dopo il colpo di stato. Alla frontiera mi costrinsero a radermi con la Coca Cola»

BORETTO. Sono passati quasi cinquant’anni, ma il ricordo di quel lungo viaggio è ancora nitido nella memoria di Giuliano Marasi, veterinario borettese con la passione per i viaggi.

Uno degli scatti di Giuliano Marasi


L’Afghanistan ha rappresentato per lui una delle mete più suggestive mai visitate (dagli anni Settanta ad oggi ha girato ogni parte del mondo, con qualsiasi mezzo) e in queste ultime settimane segue con interesse le vicende drammatiche che stanno avendo un’ampia eco internazionale.

«Il viaggio – racconta Marasi, ora in pensione – iniziò a fine giugno del 1973, con destinazione India e durò due mesi e mezzo. Assieme ad altri quattro persone, partii con il treno Orient Express da Venezia. Arrivammo a Istanbul. Da qui proseguimmo in pullman attraverso la Turchia e l’allora Persia, per giungere, dopo due settimane, al confine con l’Afghanistan. Passata la frontiera ad Islam Qala, percorremmo l’unica strada asfaltata che attraversa il deserto afghano, passando per Herat, Kandahar e Ghazni, giungendo infine nella capitale Kabul. Dopo una sosta di alcuni giorni, ripartimmo in fuoristrada verso la valle di Bamiyan e i laghi di Band-e-Amir, posti al centro dell’Afghanistan, sull’altopiano tra i monti dell’Hindukush a tremila metri di altitudine. La strada era in terra battuta, ricalcando l’antica via carovaniera della seta, percorsa un tempo da mercanti, eserciti e pellegrini. Le uniche attività economiche erano costituite dalla pastorizia, con capre e cammelli nei terreni aridi, e da un’agricoltura primitiva di sussistenza in vicinanza dei fiumi».

Manco a farlo apposta, il gruppo di Marasi arrivò in Afghanistan in occasione di un avvenimento storico che segnò, in peggio, la storia del paese. «Il 17 luglio – racconta il veterinario – giungemmo nel paese di Bamiyan, composto da una fila di casupole poste ai lati della strada sterrata, costruite con pietre fatte di argilla. Nello stesso giorno, a Kabul, vi fu il colpo di stato che depose la monarchia feudale del re Zahir Shah e instaurò la repubblica, primo atto di una guerra civile ancora non terminata, con bombardamento del palazzo reale. Restammo alcuni giorni nell’oasi di Bamiyan senza sapere cosa stesse succedendo nella capitale, abitata da tribù hazare di religione musulmana sciita, gente molto ospitale e laboriosa; dormivamo in una catapecchia su stuoie poste sulla terra, mangiando frutta e pane. Durante la giornata, con una guida locale, ne approfittavamo per visitare il complesso rupestre di Bamiyan, dominato da due gigantesche statue di Buddha scavate nelle pareti di roccia, alte rispettivamente 35 e 53 metri, scolpite da monaci buddisti nel terzo e quarto secolo dopo Cristo e distrutte nel marzo 2001 dai talebani».

Uno degli scatti di Giuliano Marasi


Il viaggio proseguì alla volta dell’India, poi iniziò il ritorno, con un episodio curioso. «Alla frontiera tra Pakistan e Afghanistan – ricorda Marasi – al passo Khyber arrivai con la barba di qualche giorno. Alcuni miei compagni vennero respinti perché coi capelli troppo lunghi; a me chiesero di radermi. Senz’acqua, l’unica sostanza liquida che avevo a portata di mano era la Coca Cola, e usai quella. Ne avevamo bevuta a fiumi in quelle settimane, non era consigliabile bere acqua. Ci nutrivamo con frutta e verdura».

Uno degli scatti di Giuliano Marasi


La situazione odierna è seguita da Marasi con grande interesse. «All’epoca, per quanto si conoscesse poco dell’Afghanistan, toccammo con mano la cordialità e la tranquillità di quel paese. Le cose cambiarono radicalmente dopo il colpo di stato, e in tutti questi anni l’illegalità ha regnato sovrana, specialmente grazie alle ricche piantagioni di oppio. All’epoca Kabul era una città, oggi conta 4 milioni e mezzo di abitanti». «Ho ancora ricordi vivissimi di quei giorni – conclude il veterinario – trascorsi scattando foto, girando e scoprendo un mondo ancora primitivo ma molto ospitale e generoso, dove la vita era fatta di poche cose ma essenziali. Il rientro a casa? Spesi tutte le 200mila lire che avevo con me. Tornai con la barba lunga e 25 chili in meno, visto che si mangiava molto poco. Quando mi presentai a casa, mia madre faticò a riconoscermi».

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