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La festa del Rifugio Matildico: da dieci anni al servizio di caprioli, volpi e lupi

Nel 2011 l'apertura del centro di recupero a Caverzana di San Polo d'Enza. Ivano Chiapponi: «Da 300 a 5.000 soccorsi l’anno»

SAN POLO. «Da 300 animali soccorsi il primo anno agli oltre 5mila di oggi». Il primo compleanno a doppia cifra del Rifugio Matildico è tutto in questi numeri che raccontano, senza giri di parole, come “l’ospedale gli degli animali selvatici” sulle colline di San Polo d’Enza, a Caverzana, sia diventato passo dopo passo un punto di riferimento in provincia di Reggio Emilia, di Parma e oltre. Era il 2011, dieci anni fa esatti, quando, ufficialmente, nasceva il Cras. A fondarlo Ivano Chiapponi che non ha solo avuto l’idea, ma ci ha messo due “ingredienti” fondamentali: il luogo in cui aprirlo e la passione per mandarlo avanti.

Ivano come è nato questo progetto?


«Tutto è nato perchè facevo da anni recuperi sulle strade per la Provincia di Reggio Emilia di caprioli o altri animali incidentati. E vedevo che tanti animali si sarebbero potuti salvare, ma non c’era a Reggio Emilia una struttura in cui poterlo fare. Allora, mi sono detto: ho un terreno che si presta per fare questa cosa. Sono guardacaccia da 40 anni, la passione per gli animali e la natura è tanta. Così, ho chiesto l’autorizzazione nel 2009 e poi dal 2011 l’attività è iniziata a tutti gli effetti, dopo l’installazione di box adatti a ospitare caprioli, daini, cinghiali, tutti quegli animali che potevano essere investiti su strada. Dopo anno circa da quando ho iniziato la gente ha iniziato a sapere che esisteva un luogo in cui si salvavano gli animali e mi veniva a cercare, me li portavano. A quel punto ho capito che era necessario fondare un’associazione per poter avere volontari che mi dessero una mano».

Quale è stata la prima reazione delle persone rispetto alla sua idea di aprire un “ospedale” per gli animali selvatici?

«Subito c’era stata un po’ di perplessità... Ma quando arrivavano gli animali, li riuscivamo a curare, a rimetterli in natura hanno capito. La cosa si è così ingrandita che da 300 animali soccorsi il primo anno, nel 2021 siamo già a quota 5mila».

Si aspettava che ciò che aveva pensato più di 10 anni fa crescesse così tanto?

«A volte mi chiedo chi me lo ha fatto fare... – ride – Non si dorme più, si lavora giorno e notte».

Già, perchè da caprioli, cinghiali e volpi, i vostri pazienti in questi anni sono cresciuti.

«Da qualche anno abbiamo aperto agli uccelli, ciò che prima faceva la Lipu sia in provincia di Reggio Emilia, a Parma, a Boschi Carrega e Sala Baganza dove c’era il centro rapaci di San Nicomede al Parco Stironi. Hanno chiuso e ora anche i volatili vengono qui. Credo che siamo il più grosso centro d’Italia per volume di lavoro ed estensione delle strutture. Per gli imbecchi abbiamo quattro persone fisse tutte le mattine che devono nutrire i piccoli ogni due o tre ore. Un lavoro enorme».

E vi siete attrezzati per i lupi.

«L’ho voluto io. Quando entri in questo mondo cerchi di fare sempre di più, salveresti qualsiasi animale. Per dire: ci chiamano per bisce, vipere, ma ancora non siamo attrezzati e so già che prima o poi lo faremo. Per i lupi c’erano tante segnalazioni di esemplari investiti e morti purtroppo. Mi sono detto: ci vuole una struttura nel caso in cui trovassimo un lupo ferito. In base al regolamento regionale cinque anni fa abbiamo realizzato la struttura. È arrivato Ettore (il lupo salvato dopo un investimento a Calerno nel 2020, ndr), due piccoli che poi dopo poco sono stati liberati e Betty, la lupa investita nel Parmense pochi mesi fa. Ora non è più qui – rivela con rammarico – aveva bisogno di uno spazio per lo sgambamento prima di poter essere liberata ed è stata trasferita nel Bolognese. Ma ho comprato il bosco adiacente al rifugio e anche noi avremo lo spazi adeguato».

Quindi il Rifugio Matildico si allarga?

«Ormai la proprietà si estende in totale per 75mila metri quadrati circa. E il bosco l’ho preso proprio pensando al lupo. Ci tengo che possiamo essere completamente autosufficienti nella gestione di un lupo».

Cosa vedi nel futuro del Rifugio?

«Ho in mente tante cose, come la realizzazione di un’aula didattica pensata per le scuole, per fare informazioni. Le idee davvero non mancano e ci sono tante cose da fare».

E i sostegni?

«Le cure le sostiene la Regione così come i rimborsi chilometrici. È un sostegno prezioso e importante. Abbiamo tante persone che aiutano, qualche benefattore, il sostegno di chi decide di donarci il 5 per mille. Ma i costi sono tanti, di soldi ce n’è sempre bisogno».

In tutti questi anni, Chiapponi lei ha visto passare tanti animali. Chi o cosa le è rimasto più nel cuore?

«Beh, il lupo Ettore è stato qualcosa di grande. Quando lo abbiamo liberato è corso via, ha fatto cento metri, poi si è girato a guardarci. È stato veramente toccante. Ci ha guardati per l’ultima volta dopo tutte le settimane di cure, poi è corso via. Non lo dimenticherò mai. Ma è stato emozionante anche curare il biancone, detta l’aquila dei serpenti. Non pensavo fosse un animale così tranquillo, così come l’aquila che abbiamo curato recentemente. Non hanno mai cercato di attaccarci quando entravamo in voliera per il cibo o le cure. E lo stesso i lupi. A un certo punto si fidano. Hai la sensazione che è come se capissero che li vuoi soltanto aiutare. Ed è questo che ci fa andare avanti con tanta passione ed entusiasmo».

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