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La guastallese Silvia Musi: «Così abbiamo dato un nome all’alpino ignoto del Popera»

Silvia Musi in occasione di un laboratorio di studio organizzato dalla Biblioteca Maldotti a Guastalla con gli alunni delle terze medie

Sei anni di ricerche per identificare il militare della Grande Guerra che era stato ritrovato tra i ghiacci nel 1983

GUASTALLA. I resti di un alpino senza nome riposano dal 1983 nel cimitero militare di Santo Stefano di Cadore, nel Bellunese. Uno dei tanti militi ignoti della Prima guerra mondiale, con una storia però molto particolare e conosciuta. Parliamo dell’alpino del Popera, così chiamato dal luogo del ritrovamento, un gruppo montuoso delle Alpi, nelle spettacolari Dolomiti di Sesto, diviso tra le provincie di Bolzano e di Belluno. Un soldato senza nome ma, come dicevamo, molta notorietà, che i ghiacci hanno conservato, insieme a diversi oggetti personali, probabilmente dall’inverno del 1916/1917, che fu caratterizzato da abbondanti precipitazioni e temperature molto rigide. Il ritrovamento dei resti, 38 anni fa, ad opera di un gruppo di escursionisti vicentini, provocò grande commozione e ai funerali partecipò un mare di persone, compreso l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Il presidente della Repubblica Sandro Pertini ai funerali dell’alpino ignoto del Popera nel 1983 a Santo Stefano di Cadore


Missione riuscita. Quel soldato, che sacrificò la sua vita nella grande carneficina della Prima guerra mondiale, sarebbe rimasto ignoto, se non fosse che una guastallese, Silvia Musi e cinque altri ricercatori, Guglielmo De Bon, Federica Delunardo,Mauro Ambrosi,Daniele Girardini e lo scomparso Antonio Sasso, alcuni anni fa hanno deciso di impegnarsi per ridare un nome a quei resti.Una missione riuscita, che avrà il suo momento culminante il 16 e il 17 ottobre a Santo Stefano di Cadore, quando l’identità dell’alpino del Popera sarà rivelata nell’ambito di una serie di iniziative.

Sei anni di ricerche. «Insieme ad altri amici, che condividono la mia passione – spiega Silvia Musi – ci siano chiesti come mai l’alpino non fosse stato identificato, nonostante i tanti oggetti personali ritrovati». Nei pressi del milite furono recuperati un cappello da alpino, un orologio, un calendarietto, un pettine, dei bossoli, delle monetine, un portafoglio ma con i documenti andati perduti a causa del ghiaccio. «Nel 2014-2015 noi pazzi, perché tra noi ci chiamiamo così, abbiamo iniziato la ricerca».

Il uogo del ritrovamento del militare sulle Dolomitiche risale al 1983: solo ora è stato possibile dargli un nome (foto dal sito del Rifugio Berti)


Passione per la storia. Musi, che a Guastalla gestisce un negozio di pasta fresca vicino via Gonzaga, è da sempre una grande appassionata di storia. Un amore nato quasi per caso, e in modo romantico, quando da un vecchio baule nascosto in soffitta rinvenne delle vecchie foto ingiallite. In quelle immagini d’epoca era raffigurato il suo bisnonno Amedeo Pietri – classe 1890 – con indosso la divisa da soldato negli anni della Prima guerra mondiale. Da una decina di anni Silvia cura il blog www.pietrigrandeguerra.it nel quale sono registrati i dati di migliaia di militari caduti nel corso della Grande Guerra. Attraverso minuziose e costanti ricerche, l’autrice ha ricostruito il “percorso” di tante reclute (compreso, in molti casi, anche il luogo di sepoltura) che non hanno fatto più rientro a casa e dei quali i familiari avevano perso le tracce. Sopralluoghi di persona, telefonate, archivi spulciati: in questo modo Musi opera da tempo nei cimiteri di gran parte d’Italia, arrivando a catalogare nome per nome ogni singolo soldato perito. Questo lavoro certosino non le frutta alcun lucro: le soddisfazioni più grandi sono i “grazie” di tanti parenti – dall’Italia e dall’estero – che riescono a sapere dove riposa il loro antenato.

Era normale, dunque, che fosse questa investigatrice ed altre persone con i suoi stessi interessi, a gettarsi a capofitto nel caso non risolto dell’alpino ignoto del Popera. Una ricerca lunga ed emozionante, che a tratti però ha corso il rischio di finire in qualche vicolo cieco. Alla fine, però, la perseveranza, è stata ripagata.«Siamo partiti dai documenti dell’epoca, in particolare i diari storici che venivano compilati dagli ufficiali di ogni reparto. Documenti nei quali si racconta in modo minuzioso cosa accadeva e i movimenti di truppe. Abbiamo fatto una cernita relativa ai reparti presenti nella zona del Popera tra il 1915 e il 1917, perché dopo quell’anno, con la rotta di Caporetto, il fronte si spostò. Un nostro collaboratore ha consultato a Roma i diari conservati nell’archivio storico del ministero della Difesa».

In questo modo si è arrivati a una rosa di caduti, circa una cinquantina, dichiarati dispersi. Grazie a un paziente e difficile lavoro, durante il quale si è appreso che alcuni dispersi in realtà avevano avuto una prima sepoltura in qualche cimitero militare, si è arrivati infine a due nomi. E anche qui il rischio di non riuscire ad attribuire l’identità all’alpino del Popera era concreto. «Se non fosse che c’è stato uno sviluppo inaspettato». Un colpo di scena che ha portato all’identificazione. A ottobre nel Cadore verrà rivelato ogni particolare. Sarà presente anche un discendente dell’alpino. Per l’occasione sarà presentato il libro “Sotto una coltre di ghiaccio”, scritto da Musi e De Bon.

Un secolo d’oblio. L’alpino del Popera, per quasi 70 anni dimenticato sotto i ghiacci delle Dolomiti e poi per 38 commemorato come ignoto al cimitero militare di Santo Stefano di Cadore, sta finalmente per avere un nome. E questo grazie alla passione di Silvia Musi e gli altri ricercatori, per i quali l’amore per la storia consiste soprattutto nel salvare dall’oblio, prima che sia troppo tardi, la memoria di tante persone che perirono in giovane età per servire la Patria.