«Affogò la moglie nel fiume per soldi»

Una pattuglia dei carabinieri in uscita dalla caserma di Corso Cairoli a Reggio Emilia

Resta in carcere il brasiliano trovato in un hotel di Reggio Emilia. Ricercato per l’uxoricidio, si è opposto all’estradizione

REGGIO EMILIA. «In Brasile non vado, non ho ucciso mia moglie». Rimane in carcere Marcio Da Silva Rocha, il brasiliano 40enne accusato di un uxoricidio avvenuto ben quattordici anni fa in madrepatria, rintracciato a sorpresa sabato scorso in un hotel di Reggio Emilia (dov’era in vacanza con la nuova compagna e i figli) e arrestato, sulla base di un mandato di cattura internazionale, dai carabinieri della Sezione Radiomobile di Reggio Emilia. Secondo il capo d’imputazione, emesso il 5 settembre 2017 dalla First Criminal Court of Cruzeiro do Sul (nella regione di Belo Horizonte, Brasile), il 18 agosto 2007 l’uomo avrebbe portato la moglie Isabel Reobouchas Da Rocha al fiume Igarapè Preto e, «mentre faceva sesso con lei, la soffocava affogandola nel fiume».

Il movente sarebbero stati i soldi: il 40enne era stato trovato in possesso di 190mila real e secondo gli inquirenti brasiliani (l’indagine dev’essere stata piuttosto tortuosa, visto che l’incriminazione formale è arrivata a un decennio di distanza dal fatto di sangue) l’omicida intendeva ritirare il premio della polizza vita della consorte, pari a 800mila real (circa 130mila euro). Ieri, giovedì 19 agosto, in Corte d’Appello a Bologna competente per i procedimenti di estradizione, si è svolto l’interrogatorio di garanzia. Le parti si sono collegate in videoconferenza: il detenuto dal carcere, affiancato da un traduttore, il giudice con il cancelliere e l’avvocato difensore di fiducia Maurizio Attolini.


Rocha ha risposto alle domande relative all’identificazione, dichiarando di non aver commesso alcun reato e di non voler tornare in Brasile bensì in Germania, dove lavora in una azienda automobilistica da anni e dove ha ottenuto il passaporto tedesco.

L’imputato si è opposto con forza all’estradizione, questione nodale dell’udienza. Il pm ha chiesto che l’uomo resti dietro alle sbarre, visto l’evidente pericolo di fuga. Il difensore si è opposto alla convalida dell’arresto sostenendo che mancava il documento originale del mandato di cattura europeo; agli atti c’era solo un riferimento numerico allo stesso e l’informativa dei carabinieri, perciò il legale ha chiesto una misura meno afflittiva proponendo i domiciliari in Germania, nell’abitazione del figlio, che ha presenziato alla seduta. Il giudice, dopo essersi ritirato in camera di consiglio, ha convalidato l’arresto in base alla constatazione che il mandato di cattura internazionale esiste, pur non disponendo dell’originale e ha confermato la misura detentiva, vista la gravità del reato e la sussistenza le pericolo di fuga. L’opposizione dell’imputato all’estradizione passiva fa sì che il procedimento proseguirà in Corte d’Appello, con una data - al momento da fissare - nella quale si entrerà nel merito.