Il 100 anni di Telemaco, il partigiano Lampo: «Ho fatto la guerra per un mondo migliore»

È uno degli ultimi testimoni del tragico attraversamento dell’Enza a Buvolo e del rastrellamento del Monte Caio del 1944

REGGIO EMILIA. «Io e tanti amici abbiamo fatto la guerra per un mondo migliore in cui tutti dovrebbero vivere conducendo una vita dignitosa», sono parole chiare quelle che scrive Telemaco Arleoni nelle conclusioni della sua breve autobiografia “Il primo amore non si scorda mai” dedicata al figlio Ivan, parole che parlano al presente in modo stringente, proprio in questi giorni in cui si concludono in maniera ignominiosa vent’ anni di guerra in Afghanistan.

Telemaco Arleoni, classe 1921, partigiano della 144ª Brigata Garibaldi “Antonio Gramsci”, nome di battaglia Lampo, ha compiuto 100 anni il 10 agosto e chi meglio di un partigiano può testimoniare cosa è stata e cos’è tutt’ora una guerra.


Furono tre suoi amici di Cadelbosco che si presentarono stranamente sull’uscio di casa, una sera all’imbrunire, il 14 giugno del 1944, a condurre in montagna Telemaco con altri giovani, per unirsi ai partigiani. In quell’occasione, con le lacrime agli occhi, consapevole del peso di una simile responsabilità, il padre di Telemaco, Vincenzo, non si oppose a quella scelta, anzi, esortò il figlio e gli amici ad aderire alla Resistenza. Vincenzo Arleoni era anch’esso antifascista e partigiano, così come il fratello di Telemaco, Renzo, nome di battaglia “Folgore” e proprio del fratello, scomparso 50 anni, Telemaco ha tutt’ora grande ammirazione, per quelle doti innate di coraggio che ha sempre dimostrato e che di se stesso dice di non avere egualmente. Eppure Telemaco ha saputo fare quella scelta, giovanissimo, dimostrando non solo coraggio, ma quello spirito di altruismo che ha contraddistinto tutta la generazione dei partigiani, senza bisogno di alcuna cartolina precetto.

“Lampo” è uno degli ultimi testimoni del tragico attraversamento dell’Enza, tra il 6 e il 7 ottobre 1944, nei pressi di Buvolo. Dopo tre giorni di pioggia intensa, braccati e accerchiati dai tedeschi che sparavano con le mitragliatrici, i partigiani furono costretti ad attraversare il fiume, nonostante il freddo e la corrente impetuosa che travolgeva ogni cosa. Si conteranno alla fine quattro partigiani morti. Così come è tuttora testimone del drammatico rastrellamento del 20-22 novembre 1944 sul Monte Caio, dove c’era anche mio nonno “Reggio” e dove c’era anche l’altro comune amico, Daniele Fontana “Sveh” (oggi tumulato al cimitero di Cavazzoli con gli altri martiri Paolo Davoli, Enrico Foscato), che non ebbe però la buona sorte di tornare vivo e che Telemaco vide morire al suo fianco, dopo l’ordine del “si salvi chi può”.

E proprio l’amicizia e la comune militanza nella Resistenza con mio nonno Mario, che mi lega profondamente a Telemaco e che ho avuto il piacere di conoscere solo quattro anni fa, dopo che mi ha a lungo cercato, leggendo proprio il ricordo di mio nonno che venne pubblicato sulla Gazzetta di Reggio e sul notiziario Anpi ben dieci anni fa, nel settembre 2011.

Oggi Telemaco sente il peso dei suoi anni, probabilmente non è questo il mondo per cui tutti loro hanno sacrificato la vita e gli anni più spensierati della vita stessa, ma ha ben chiaro ancora il senso di quella scelta di allora: «Il compito degli uomini della Resistenza non è finito. Bisogna che essa sia ancora in piedi» come diceva Calamandrei, è l’auspicio che sento di rivolgere a Telemaco e a tutti i generosi compagni che ancora sono qui a testimoniare la necessità di vedere finalmente applicati i valori politici e morali che furono alla base della lotta di Liberazione.

Alessandro Fontanesi

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