Aemilia, Bernini non pagherà «Nessun danno d’immagine»

Respinta la richiesta risarcitoria da 100mila euro avanzata dalla Procura contabile Il politico: «Sono stato prosciolto assurdo chiedermi quei soldi» 

reggio emilia. L’onda lunga del maxiprocesso Aemilia stavolta è una sparata a salve.

L'ex presidente del consiglio comunale di Parma – Giovanni Paolo Bernini – non può infatti essere perseguito dalla Corte dei Conti per danno d'immagine. Lo ha sancito una sentenza della magistratura contabile dell'Emilia-Romagna che ha dichiarato la nullità d'azione della procura regionale nei suoi confronti. Come già specificato, l'azione era il risvolto contabile di Aemilia, il più importante processo di 'ndrangheta svolto nel nord Italia. La Procura contabile ha infatti citato a giudizio i pubblici funzionari e gli appartenenti alle forze dell'ordine coinvolti nella vasta vicenda criminale sulle infiltrazioni 'ndranghetiste in Emilia che già, in parte, ha visto sentenze definitive.


Tra le posizioni c'era anche quella di Giovanni Paolo Bernini, esponente parmigiano di Forza Italia.

Nell’inchiesta Aemilia, il 48enne Bernini venne inizialmente accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e poi di voto di scambio: è stato scagionato dalla prima accusa e prosciolto invece per prescrizione dal reato di corruzione elettorale (come è stata riformulata la seconda imputazione).

Eppure la Procura della Corte dei conti gli ha contestato un versamento di 50mila euro per il procacciamento di voti. E’ la somma che, secondo la Dda di Bologna, Bernini aveva promesso a Romolo Villirillo per ottenere il suo appoggio nella raccolta dei voti che lo avrebbero dovuto favorire nella competizione elettorale del 2007 a Parma. Accusa poi caduta per prescrizione. Ora, secondo la Corte dei Conti, la mancanza di una sentenza di condanna non può supportare una richiesta di risarcimento (100 mila euro) e quindi ha dichiarato nulla l'azione della procura contabile nei suoi confronti.

«Sono estremamente soddisfatto – commenta Bernini – perché questa richiesta di risarcimento era totalmente assurda, visto che in questa lunga vicenda rappresentante una vera tortura giudiziaria, il danno d’immagine l’abbiamo in realtà subìto io e la mia famiglia, non certo il Comune di Parma».

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