I locali reggiani inseriti “a loro insaputa” nella mappa dei no-Green pass

Bar, ristoranti e negozi sono indicati su una pagina che raccoglie mille attività in Italia: «Ma noi non ne sapevamo nulla»

REGGIO EMILIA. . Oltre mille locali fra bar, ristoranti, palestre, negozi di ogni tipo e persino degli studi medici. Tutti accomunati da una sola caratteristica: non richiedere la certificazione verde ai loro clienti anche quando sarebbe necessario e, in generale, opporsi alle restrizioni imposte per contrastare la pandemia.

Luoghi, numeri di cellulare e dati contenuti in una mappa online – intitolata “Aperti e liberi” e consultabile pubblicamente da chiunque abbia l’indirizzo web, alla faccia della privacy spesso invocata dai cospirazionisti – creata dai gruppi social e Telegram vicini al movimento “Io apro” con lo scopo, si legge nella descrizione, di raggruppare le «attività che obbediscono alla Costituzione esercitando il proprio diritto al lavoro e che non accettano limitazioni non giustificate».


Mappa che è stata già consultata da oltre un milione e 700mila utenti e che contiene anche i recapiti di otto attività collocate fra città e provincia di Reggio Emilia: due ristoranti nella Bassa e uno ad Albinea, uno studio di naturopatia nel Comune di Montecchio, un bar a Scandiano, un pub in città e due studi fotografici in centro storico e a Cosidotto.

Tutti professionisti e titolari che non seguono le norme decise dal Governo contro il Covid. O almeno in teoria. Perché, andando a verificare interpellando i diretti interessati, si scopre una realtà ben diversa. Ovvero che tutti quelli che ci hanno risposto – tranne in un caso – non condividono nulla degli inviti a non rispettare la legge. Anzi, spesso sono finiti su quella mappa “a loro insaputa”. L’unico che ci ha voluto mettere la faccia, però, è stato Simone Bardi, titolare dell’Eclissi-studio fotografico e art room, in centro storico.

«Non è vero nulla – chiarisce subito –. Ero vicino alle idee dei primissimi “Io apro” ma da quando hanno iniziato a fare tafferugli e manifestazioni non riconosciute mi sono chiamato fuori, ha iniziato a diventare sempre più simile a una fazione politica a cui non aderirei nemmeno nei miei peggiori incubi. Tant’è che quando mi hanno chiesto di pagare la quota associativa (di minimo 10 euro, ndr) ho rifiutato». Tuttavia, prosegue Bardi, «ora mi ritrovo in questa mappa pur non avendo nessuna tessera. Consideri che mi vaccino domani e la mia attività controllerà sempre i Green pass. Ho scritto chiedendo di essere rimosso ma non ho avuto nessuna risposta».

Inseriti senza il loro consenso, ci spiegano senza però voler essere citati, anche i titolari della birreria in città e di altre attività in provincia.

Tutti tranne una, la barista di Scandiano. Anche lei registrata a sua insaputa sulla mappa pubblica visualizzata 1,7 milioni di volte ma che preferisce non venga fatto il nome della sua attività sul giornale: «Non ho dato il mio consenso ai creatori di quella mappa ma non mi dispiace poi tanto – racconta – perché io accolgo tutti i miei clienti, che abbiano il Green pass o meno. Non voglio fare discriminazioni. Inoltre trovo assurdo che al bancone si possa consumare senza dover esibire nulla mentre al tavolo no. Detto ciò ora sono chiusa per ferie, quando riapro mi porrò il problema».