Processo mandanti, Bellini prende la parola e si difende: «Non ho mai conosciuto Gilberto Cavallini»

La Primula Nera all’attacco replica alla documentazione della Procura, che ipotizza un legame con l’ex Nar condannato

REGGIO EMILIA. «Io non ho mai conosciuto Cavallini». Sono le 10.38. E la Primula Nera reggiana ed ex Avanguardia Nazionale, Paolo Bellini, chiede alla Corte d’Assise presieduta da Francesco Maria Caruso di rendere una dichiarazione spontanea. È l’udienza in cui continuano le accese schermaglie fra l’accusa e la difesa di Bellini sulla produzione e acquisizione di documenti, compreso un atto della Procura Generale in cui emerge un collegamento fra la Primula Nera – imputata per concorso nella strage di Bologna del 2 agosto 1980 – e l’ex Nar, Gilberto Cavallini, condannato a gennaio 2020 in primo grado per l’attentato più efferato della storia della Repubblica, che provocò 85 morti e oltre 200 feriti, di cui lunedì si celebrerà il 41esimo anniversario.

Un atto su cui gli avvocati difensori di Bellini, Antonio Capitella e Manfredo Fiormonti, avevano espresso riserva, presentato fra note riservate e comunicazioni del Sisde al tribunale di Bologna relative agli anni ’80 sull’identificazione di Gilberto Cavallini con l’alias Antonio, sul suo periodo trascorso in Bolivia e sui rapporti con il fondatore di Avanguardia Nazionale, Stefano Delle Chiaie e, di conseguenza, con lo stesso Bellini. Il clima fra le parti si accende. E la difesa della Primula Nera fa sapere che Bellini intende prendere parola per rilasciare una dichiarazione spontanea: «Io non ho mai conosciuto Cavallini, non sono mai stato in Bolivia – afferma Bellini davanti alla Corte – La mia permanenza in Sudamerica è stata solo in certi periodi, dal ’76 quando sono andato latitante e dopo sette mesi sono rientrato in Italia. Poi sono rientrato in Brasile, come ben sapete, non sono mai andato né in Venezuela, né in Bolivia, da nessun’altra parte, tranne che in Paraguay, in due occasioni. Dopodiché sono rientrato in Italia e sono stato arrestato il 14 febbraio 1981 e sono uscito a dicembre del 1986. Negli anni ’82, ’83 e a seguire non sono mai stato in Bolivia».


Nel maggio scorso, Cavallini è stato citato come testimone del processo mandanti. E, una volta in aula, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Lì l’ex Nar ha incrociato per pochi secondi Belini, prima di affermare di non voler rispondere alle domande e di allontanarsi con i suoi legali Gabriele Bordoni e Alessandro Pellegrini. I legami fra la Primula Nera e Cavallini sono uno degli elementi su cui la Procura Generale ha ottenuto la revoca dell’archiviazione di Bellini, risalente al 1992. E, fra le prove della Procura, c’è un appunto nell’agenda sequestrata a Cavallini, dove associato a Bellini c’è il nome Giorgio, con l’annotazione “10/81 R.E. Tent. om.”. Per gli inquirenti, “Giorgio” è frutto di un errore di Cavallini, mentre le parti civili ipotizzano una sorta di copertura usata anche da altri militanti dell’estrema destra dell’epoca, perché nome di militanza dell’editore e all’epoca procuratore legale padovano neofascista Franco Freda. In quel periodo la Primula Nera viveva sotto il falso nome brasiliano di Da Silva. Ed è sulla data che si concentrano gli inquirenti: il 2 ottobre 1981 diventa irrevocabile la sentenza a carico di Bellini per il tentato omicidio di Paolo Relucenti, avvenuto il 22 settembre 1976, “responsabile” di una relazione extra-coniugale con la sorella della Primula Nera. È l’episodio che dà il via alla latitanza brasiliana di Bellini. Quella di ieri non è stata la prima dichiarazione di Bellini alla Corte. Nell’udienza del 23, prima della testimonianza dell’ex moglie, Maurizia Bonini, che ha riconosciuto l’ex marito nel Super 8 girato in stazione la mattina del 2 agosto 1980 dal turista tedesco Harold Polzer, la Primula Nera aveva polemizzato con la decisione della Corte di concedere un’audizione protetta dietro un paravento, per ragioni di sicurezza: «Allora io esco dall’aula durante gli interrogatorio dei miei famigliari – aveva affermato Bellini – così non ci sono problemi come con Vallorani. Esco, me ne vado io, però i miei legali hanno il diritto di potere vedere dove guarda il teste e il resto. Io esco e siamo a posto. Rinuncio». In udienza preliminare, invece, parlando del video Bellini aveva preso parola puntando sull’assenza di una cicatrice: un piccolo segno sotto il labbro, che per la difesa non compare nel frammento estrapolato dal super 8 di Harold Polzer. «Ce l’ho sin da piccolo», aveva detto a sorpresa Bellini, durante l’udienza. —

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