Tentano di frodare un’assicurazione Due arresti, sospeso un carabiniere

Inscenato un maxi furto in una azienda di ricambi auto per incassare il risarcimento: in manette Nicola e Giuseppe Arabia 

Ambra Prati

REGGIO EMILIA. Hanno simulato un maxi furto, in realtà mai avvenuto, per frodare l’assicurazione e intascarsi il risarcimento. L’aspetto clamoroso dell’indagine dell’Arma è che, mentre i carabinieri indagavano su due fratelli crotonesi e il loro prestanome campano, è emerso un episodio di corruzione: un appuntato avrebbe eseguito il falso sopralluogo e redatto un verbale di fantasia in cambio di 500 euro. Per questa vicenda i carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando provinciale di Reggio Emilia, insieme ai colleghi della Compagnia, lunedì scorso hanno eseguito un’ordinanza cautelare emessa dal Gip Luca Ramponi (su richiesta dei pm Giacomo Forte e Iacopo Berardi) nei confronti dei fratelli Nicola Arabia, 36 anni residente a Bibbiano, e Giuseppe Arabia, 32 anni residente a Reggio Emilia, del loro prestanome campano di 59 anni residente a Montecchio e di un appuntato di 53 anni all’epoca in servizio in una stazione della Val d’Enza.


Tutti e quattro devono rispondere dei reati di concorso in simulazione di reato e corruzione, con una diversa modulazione: al carabiniere è contestata l’aggravante dell’aver «commesso il fatto con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti a una pubblica funzione o a un pubblico servizio”, mentre poiché le pene previste per il corrotto si applicano anche al corruttore («a chi dà o promette a pubblico ufficiale o all’incaricato di un servizio pubblico denaro o altro utilità») un’altra aggravante viene addebitata ai complici.

Se le accuse sono le medesime, le misure disposte dal Gip sono differenziate: i fratelli sono detenuti (il maggiore Nicola nel carcere di Crotone, dove è stato raggiunto dopo che aveva accompagnato la moglie in vacanza, il minore Giuseppe alla Pulce di Reggio Emilia), il prestanome è indagato ma libero mentre il carabiniere è stato colpito dalla misura interdittiva della sospensione dal servizio per la durata di un anno.

L’indagine, durata mesi, ha avuto il suo antefatto nel febbraio scorso, quando le illecite attività dei due fratelli calabresi sono finite sotto la lente d’ingrandimento dei militari. Gli Arabia erano già noti all’Arma sia per i loro precedenti sia per i contatti con esponenti della criminalità organizzata ‘ndranghetista. Il via ufficiale all’indagine risale al 23 marzo, quando il titolare di una ditta di ricambi d’auto, si è presentato in una caserma dei carabinieri della Val d’Enza per sporgere formale denuncia per un maxi furto. La ditta è situata nello stesso capannone della ditta di noleggio automezzi intestata ai due fratelli: a dividere le due società, all’apparenza distinte, solo una parete di cartongesso. I carabinieri, sospettando da tempo che il campano fosse un prestanome e un “braccio” usato dai fratelli per iniziativenon trasparenti, hanno iniziato le intercettazioni telefoniche e ambientali, che sono proseguite per mesi. E proprio dai dialoghi captati gli inquirenti si sono resi conto con sorpresa che non solo il napoletano era “manovrato” dai veri titolari Arabia (secondo gli inquirenti i timbri della ditta del 59enne, trovati negli uffici della ditta degli Arabia, sarebbero la controprova), non solo il maxi furto di accessori e ricambi auto per un valore di 30mila euro era inventato (un falso orchestrato con l’unico scopo di intascarsi l’indennizzo non dovuto dall’assicurazione ) ma soprattutto questo castello è stato reso possibile dalla connivenza di un carabiniere. Secondo il capo d’imputazione quest’ultimo, «in qualità di pubblico ufficiale, riceveva o accettava la promessa di ricevere 500 euro da parte dei fratelli Arabia e di colui che gestiva l’azienda per compiere un atto contrario ai doveri del suo ufficio ovvero, in cambio della somma pattuita faceva sapere ai simulatori l’elenco dei suoi servizi in modo tale da consentire agli stessi il furto simulato in un orario nel quale lo stesso carabiniere fosse di pattuglia per effettuare il verbale di sopralluogo». In pratica il carabiniere, d’accordo con i fratelli, aveva comunicato i suoi turni di servizio, in modo tale che gli Arabia potessero contare su di lui per avallare il colpo inesistente: avrebbero richiesto il sopralluogo di furto quando di pattuglia c’era lui.

E così è stato, secondo l’accusa: quel giorno è stato l’appuntato 53enne ad eseguire il sopralluogo di furto e a redigere il verbale, che parlava di una spaccata mai avvenuta. Una connivenza con soggetti pregiudicati calabresi che potrebbe costare cara al carabiniere già allontanato dal servizio. —

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