Suolo, il consumo continua

Reggio Emilia, cemento sull’11% del territorio provinciale. Le costruzioni rallentano ma non basta

REGGIO EMILIA. La crisi dell'edilizia, che si trscina da più di dieci anni, e la riconversione all’agricoltura di tanti terreni edificabili non sono bastate ad arrestare le ruspe. Attualmente in Italia si costruisce alla velocità di 2 metri quadri al secondo, molto inferiore agli 8 metri quadri degli anni ruggenti ma tutt’altro che irrisoria. Se non si rallentasse ulteriormente le conseguenze sull’ambiente sarebbero davvero pesanti. Fra il 2019 e il 2020 nella nostra provincia la superficie cementificata è aumentata di 40 ettari. Lo certifica l’ultimo rapporto di Snpa (Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, a cui fanno capo le agenzie regionali Arpa), redatto in collaborazione con Ispra, l’Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale. Si tratta di un incremento modesto, se confrontato con il resto d’Italia.

LA CRESCITA. In un anno il consumo di suolo è cresciuto da noi dello 0,16%, contro una media regionale dello 0,21% e nazionale dello 0,24%. In Emilia-Romagna si va dallo 0,48% della provincia di Ravenna allo 0,23% di Bologna, Modena e Piacenza allo 0,07% di Rimini. Il quadro non muta se si considera il consumo di suolo annuo pro capite, dividendo i metri quadri aggiuntivi per gli abitanti. Il quoziente di Reggio è 0,75, superiore solamente, nel quadro regionale, a Bologna (0,74) e Rimini (0,22), mentre Ravenna svetta con 2,33, seguita da Piacenza (1,60). È un po’ più alta la densità del suolo edificato in un anno in rapporto agli ettari complessivi. Quella di Reggio è 1,74, appena al di sotto della media regionale (1,89) e superiore a Forlì-Cesena (1,26), Parma (1,17), Ferrara (1,08) e Rimini (0,87).

IL FRENO. In effetti la nostra provincia è fra quelle che negli ultimi anni hanno maggiormente tirato il freno nel costruire, anche perché, viceversa, aveva mantenuto una velocità molto elevata fra gli anni Novanta e il primo decennio del nuovo secolo, quando i cantieri sbocciavano ovunque come funghi, cambiando il volto delle periferie urbane. È quello il periodo in cui la nostra città, insieme al resto della provincia, ha conosciuto la maggiore crescita, avvicinandosi alle limitrofe Parma e Modena. L’attività edilizia si è sviluppata più delle reali potenzialità e all’arrivo della crisi sono rimasti invenduti tanti alloggi e terreni edificabili. Ciò spiega perché qui più che altrove abbia avuto successo la svolta ambientalista delle amministrazioni locali, che hanno fatto di necessità virtù proponendo la riconversione all’agricoltura dei terreni edificabili e pianificando la ristrutturazione delle abitazioni esistenti al posto delle nuove costruzioni.

Molti proprietari hanno aderito spontaneamente allo scopo, almeno, di risparmiare sull'Imu. In città nel 2015, prima ancora che fosse emanato l’avviso pubblico, erano già 34 gli ettari, di cui 22 destinati a residenze e 12 ad attività produttive, per i quali i proprietari avevano chiesto al Comune la trasformazione in terreno agricolo «senza alcuna garanzia – sottolineò in quell'occasione l'assessore Alex Pratissoli – che passata la crisi le stesse aree potessero ritornare ad essere edificabili». «Con una sola variante urbanistica – spiegò il sindaco Luca Vecchi – si cancella il diritto di costruire 420 appartamenti e di edificare capannoni e strutture produttive su una superficie di 12 ettari. Terreni che con i relativi diritti edificatori solo qualche anno fa avrebbero avuto un valore stimato di quasi 10 milioni di euro».

LA CRISI. Insomma, ci voleva la crisi del mercato immobiliare per fare capire ai più che nei decenni precedenti si era costruito troppo, che le aree edificate si erano allargate a macchia d'olio cancellando per sempre terreni agricoli fertilissimi e occupando sempre più spesso superfici soggette a frane e alluvioni, come quelle devastate nei giorni scorsi perfino nell’ordinata Germania. Eppure, nonostante il crollo dei prezzi degli immobili e il susseguirsi di eventi calamitosi falsamente addebitati alla natura, la speculazione immobiliare non s’è arrestata e sulle mappe il grigio si è esteso a scapito del verde. Reggio non ha fatto eccezione e oggi, nonostante il rallentamento edilizio, continua a collocarsi fra le città e le province più densamente urbanizzate.

LA RILEVAZIONE. Secondo la rilevazione dell’Ispra, aggiornata al 2020, nella nostra provincia il suolo consumato misura 25.360 ettari, pari all’11,06% della complessiva superficie territoriale. È una quota molto superiore alla media italiana (7,11%) e alla stessa media dell’Emilia-Romagna (8,93%), che è superata soltanto da Lombardia (12,08%), Veneto (11,87%) e Campania (10,39%). Nella nostra regione Reggio è oltrepassata solamente da Rimini (12,78%) ed è alla pari con Modena, mentre sono distanziate Bologna (8,92%), Parma e Piacenza (entrambe al 7,73%). La classifica cambia se consideriamo il consumo di suolo pro capite, cioè in rapporto alla popolazione, dividendo i metri quadri edificati per numero degli abitanti. Il quoziente di Reggio è 479, superiore alla media nazionale (359) e regionale (449), ma inferiore a regioni ritenute verdi come il Molise (primo in Italia con 576), la Basilicata (571) e il Friuli-Venezia Giulia (525). In Emilia-Romagna svettano Piacenza (699), Parma (586) e Ferrara (542).