Partì l’ordine: «Andate lì e annientateli»

Una nostra giornalista inviata a Genova 20 anni fa «Nella palestra della Diaz ho respirato l’orrore»

Cosa resta, dopo venti anni, di due giorni trascorsi per strada, da testimone di una guerriglia urbana inarrestabile e mortale? Negli occhi le scie di sangue ormai secco nelle aule e per le scale della Diaz, la distruzione nella palestra, i cocci del vetro delle finestre sfondate, le porte abbattute, vestiti, sacchi a pelo, oggetti quotidiani ammassati in un angolo, sporchi, cancellati dalla vita. In gola il sapore aspro e soffocante di lacrimogeni e degli urticanti, respirati tutto il giorno. Nella mente la confusione incredula di scene nitide di violenza ma appannate dal fumo, dalle corse, dalla stanchezza e dalla tensione. Nelle orecchie il suono terrorizzante e il ritmo che aumenta, dei manganelli della polizia che battono sugli scudi. È il segnale della carica, che da quel momento in poi è guerra. Sono stata al G8 di Genova, il giorno dopo la morte di Carlo Giuliani, ucciso a 23 anni da un colpo di pistola in faccia, sparato dal carabiniere Mario Placanica, per seguire l’immane corteo del Genova social forum, Gsf, pacifico popolo no-global per alcuni, degli antagonisti per altri. Termini caduti in disuso, come “black bloc”.

La testimone


Facevo il mio lavoro, quello di assistere, possibilmente comprendere e raccontare ciò che accadeva: nel caso di Genova la pratica corale del dissenso, fuori dall’area sterile della zona rossa coi grandi del mondo impegnati a discutere e protetti da una barriera invalicabile.

Poi c’è stata la Diaz, la notte della “resa dei conti” ed è stato come se qualcuno avesse staccato la spina, dal grande caos all’immobilità. Succede così quando il limite viene superato.

L'ordine di «annientarli»

Dopo il corteo della mattina, dopo che la città era stata messa a fuoco, è partita la spedizione punitiva. Era nell’aria: «Abbiamo l’ordine di annientarli» mi disse una poliziotta, subito prima dell’ennesima carica, forse lasciandoselo scappare.

Quella notte, era la mezzanotte del 21 luglio, capii che quel centinaio di poliziotti in assetto anti- sommossa, scuri, col casco, arrabbiati, aveva fatto irruzione nella palestra trasformata in dormitorio in cerca delle “tute nere”, i gruppuscoli armati di molotov, bastoni, fuoco e rabbia, che, spuntati fuori dal corteo dei “pacifici” e guadagnandone la testa a forza di spintoni e di furia, fino a poche ore prima avevano devastato la città. Un raid in cerca dei “cattivi” ma per trovare solo ragazzi, alcuni addormentati, altri che chiacchieravano confrontando le emozioni della giornata, altri che mangiavano. Ed è stato il macello. Manganelli per aria, botte, fughe, rincorse, porte abbattute, tutte, fino a quelle del quarto piano, feriti, urla, ancora botte, volti sanguinanti, tutto insensato. E poi i lampeggianti delle ambulanze che arrivavano a decine, il cordone impenetrabile delle camionette della guardia di finanza che chiudevano ingresso e uscita via Battisti, la strada della Diaz, ragazzi in ginocchio, altri sulle barelle. L’inferno.

Il campo di battaglia

Solo la mattina dopo riuscimmo a entrare nella palestra. Ho il ricordo chiaro dell’assurdità della situazione: giornalisti in fila, col via libera della polizia, a far visita al massacro nella speranza, forse, che le tracce dei pestaggi lasciate lì da una manciata di ore non fossero così evidenti. Ed ecco la palestra: un campo di battaglia. Ed ecco le scale con i muri schizzati di sangue, strisciate sui pavimenti, in un angolo una pozza con una ciocca di capelli scuri e così avanti al primo, al secondo, al terzo, al quarto piano. Tracce di vita interrotte come quella di una ragazza che chissà che fine ha fatto, che prima di essere trascinata fuori ha abbandonato bagno schiuma, un paio di slip, il disinfettante e tamponi di ovatta intrisi di sangue. Deve essere stata medicata sul posto e poi portata via. Uscii dalla Diaz con la mente paralizzata e la convinzione di aver visto qualcosa che superava un confine, talmente oltre da avere difficoltà a darne un resoconto lucido. E forse anche ora, dopo venti anni, l’impressione più forte, quella indelebile, è di aver incontrato l’incongruità di un incubo. —

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