Contenuto riservato agli abbonati

Derubato di notte in piazzale Europa: «Presi i soldi, mi hanno chiesto scusa»

Il 32enne Matteo Caraffi racconta quella che definisce «una dolce rapina» e invita a una riflessione: «I ladri erano più spaventati di me ma avevano fame. Reggio Emilia non dimentichi questi “fantasmi”»

REGGIO EMILIA. Si definisce «contento di essere stato rapinato». E, anziché lamentarsi di quanto ha subìto, ha voluto rendere pubblico l’episodio con una lettera alla Gazzetta per riflettere sui «dimenticati» di Reggio Emilia affinché «qualche coscienza possa risvegliarsi a livello politico ed amministrativo». Matteo Caraffi, 32 anni, ex dipendente di Camellini Biciclette, si occupa di vendita, riparazione e noleggio bici. È appena tornato da Amsterdam e ora «sto riflettendo sulla ripartenza».

L’episodio


L’altra sera mentre tornava a casa in bici si trovava in piazzale Europa all’1.30. «Ero stato al circolo Arci Tunnel con un mio amico, dovevo passare di lì ma non trovavo il sottopasso. Quando ho incrociato due africani uno mi ha parlato: mi son fermato e ho tolto gli auricolari, pensavo volessero fermarmi per provare a vendermi qualche droga, come altre volte. Questa volta i due ragazzi non avevano nulla da vendere e l’ho capito appena quello col cappellino e l’aria più cupa ha stretto il manubrio nelle mani e l’altro con la maglietta bianca si è avvicinato. Niente panico, questi due non sono delinquenti, l’ho capito dai toni del “dove hai i soldi” acutizzata dalla paura che provavano, ben maggiore della mia».

La paura

Una sensazione rimasta impressa nella testa del 32enne reggiano: «Hanno cercato di capire dove sono i soldi, ho tenuto a bada le loro mani dicendo loro di stare sereni. Quello col cappellino aveva i nervi a fior di pelle, ha tentato di fare il duro con toni isterici che tradivano il nervosismo di un ragazzo che col crimine non ha nulla a che fare; maglietta bianca si è mostrato più tranquillo. Siamo riusciti a comunicare dato che parlavano un buon italiano: quando “cappellino” ha indicato la mia tasca gli ho detto che era il cellulare e l’altro subito “no il cellulare non lo vogliamo”».

E poi: «“Cappellino” si è innervosito e mentre lo invitavo a calmarsi ha sfilato lo zaino dalla borsa della bici aprendone le varie tasche; allora li ho seguiti perché dei soldi me ne frega niente, mentre mi premevano i documenti e altri oggetti con un maggior valore affettivo».

La restituzione

Il racconto prosegue: «Mentre “cappellino” ha cercato alla rinfusa, io ho parlato con l'altro dicendogli che la situazione era assurda, che li capisco e di lasciarsi aiutare; l’altro con la maglietta bianca mi ha detto che gli dispiace veramente, che gli dispiace su sua madre ma non hanno niente, hanno fame e non c’è lavoro... Cappellino ha raschiato tutti i soldi minuziosamente, ha rimesso al suo posto ogni tessera e carta, mi ha detto di aver preso solo i soldi senza toccare i documenti; maglietta bianca mi ha chiesto che cos’è la cassa azzurra, gli spiego che è per la musica e lui ridendo ha apprezzato. Poi hanno messo via tutto, mi hanno avvisato di stare attento alla bici dato che l’ho lasciata indietro, si sono scusati. Ho risposto di stare attenti perché non tutti sono come me e ho augurato loro buona fortuna. “Quale fortuna? Qui non c’è fortuna, c’è Covid e non c’è lavoro, niente fortuna!” poi sono corsi via verso il centro Malaguzzi. Tornato in sella alla bici li ho seguiti per chiedere se mi restituivano il dollaro, è un ricordo, loro me lo hanno ridato e mi hanno indicato dove imboccare il sottopassaggio».

La riflessione

Mentre ha ripreso la pedalata verso Vezzano, Matteo ha pensato «che se fossi una persona violenta avrei perfino potuto ammazzarli col lucchetto ad U mentre mi davano le spalle, ma lo sfortunato non ero io. Oggi tra i cantieri del Tecnopolo e le lingue d'asfalto negli anfratti bui degli edifici abbandonati rimangono uomini e donne fantasma. Io mi chiedo come possa una città che ha conosciuto le bombe e la miseria continuare a dimenticare chi è nelle condizioni dei nostri nonni, emarginare chi è sopravvissuto al deserto ed al mare».

Il 32enne Caraffi sostiene di aver «subìto la rapina più dolce della storia e ne sono uscito più ricco, la città dove sono cresciuto invece continua a perdere pezzi di se stessa». Alla domanda se ha sporto denuncia Matteo ha risposto: «No e non lo farò. Per 50 euro? Non mi cambia nulla. La denuncia l’ho fatta inviando la lettera alla Gazzetta e ad una mail del Comune: è giusto che lo sappiano. La rapina in sé è stata banale, anche se per me era la prima volta. L’ho definita “dolce rapina” perché quando ti sottraggono un bottino minimo senza troppe conseguenze, permettendoti di riflettere, va bene». Se però il 32enne avesse reagito con violenza avrebbe potuto finire male. «Il sangue freddo non mi manca. Sono un giramondo. Prima che chiudessero causa Covid ho avuto il tempo di visitare tutti continenti tranne l’Antartide: sono stato fortunato. Capisco quei due perché anch’io mi sono trovato solo dall’altra parte del mondo in situazioni al limite e ho reagito come mai avrei immaginato. Ho sempre avuto dei rapporti con le coop che si occupano di migranti e mi sentivo di esprimermi: il problema non è piazzale Europa o lo spaccio bensì il cortocircuito sociale». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA