Grimilde, gli affari occulti di Francesco Grande Aracri «Mutui concessi a indigenti»

Il commissario Pescatore continua la deposizione-fiume «La falsa vendita di villette per evitare sequestri preventivi e poter riciclare forti somme» 

reggio emilia. Un titolare occulto, le strategie per proteggere i beni dai sequestri preventivi (poi avvenuti), il reimpiego o il riciclaggio di forti somme di denaro. E tutto ciò a riprova del fatto che si muovevano «come un gruppo unico» i Grande Aracri di Brescello, come è stato sostenuto ieri nell’ennesima udienza del processo Grimilde.

Emblematica è – per l’accusa – un'operazione immobiliare relativa a 5 villette costruite a Brescello , come illustrato dal testimone Saverio Pescatore (commissario della Mobile di Bologna). Testimonianza relativa a due capi imputazione: intestazione fittizia di beni e tentata truffa (aggravate dal metodo mafioso). La vicenda degli immobili in via Breda Vignazzi inizia nel 2000: «l'accertata mafiosità» del 67enne Francesco Grande Aracri sarebbe stata di lì a poco confermata dalla sentenza di primo grado di Edilpiovra. È nel giugno di quell'anno, infatti, che il fratello del boss Nicolino acquista il terreno (per 120 milioni di lire) su cui decide nel 2005 di costruire le villette. L'anno prima, nel 2004, Francesco era infatti stato scarcerato e, a seguito di una sentenza del febbraio 2005 della Corte d'appello di Bologna (che la Procura generale avrebbe poi impugnato con successo in Cassazione), momentaneamente assolto dall’associazione mafiosa. Le villette a schiera furono costruite tra il 2006 e il 2007. L'appaltatore era la “Eurogrande costruzioni srl”, azienda che nonostante il turn over formale dei soci è stata – secondo gli inquirenti – sempre riconducibile al 67enne.


I lavori furono invece eseguiti da una ditta individuale che lo stesso Francesco aveva creato a suo nome (con sede a Brescello, in via Pirandello 3) e che, dal 2004 al 2012 ha avuto come sola committente proprio la “Eurogrande”. In sintesi, spiega il commissario Pescatore, «Grande Aracri ha pagato se stesso con soldi suoi». Lo conferma anche l’anomalia riscontrata dagli investigatori, relativa al fatto che la ditta individuale esecutrice avrebbe richiesto il pagamento delle sue prestazioni non sulla base dell'avanzamento lavori come avviene di norma, ma solo al momento della vendita delle villette, aspettando in un caso 6 anni. Non è tutto. Grande Aracri, che per un breve periodo si era ritenuto «intoccabile», capisce che le forze dell'ordine ne controllano ogni mossa. E nel 2007 – prima di essere arrestato nuovamente per Edilpiovra e scontare la pena dal 2008 al 2010 – vende tre delle villette realizzate dalle aziende di cui è il dominus occulto al figlio Salvatore (per 155mila euro), alla moglie di quest'ultimo cioè sua nuora Carmelina Passafaro (145mila euro il prezzo) e alla figlia Rosita (208mila euro il costo) per evitarne la confisca. Gli acquirenti si rivolgono in banca per un mutuo e qui emergono altre incongruenze. In primo luogo, infatti, l'importo concesso supera nel primo caso il valore dell'immobile (quando è prassi creditizia erogare una cifra pari all'80%). Inoltre gli istituti di credito concedono il mutuo senza batter ciglio, nonostante i richiedenti dichiarassero redditi «appena sopra la sussistenza». Nel caso della coppia Salvatore e Carmelina, la differenza tra quanto avrebbero dovuto pagare (alla banca) e quanto dichiarato, si aggirava intorno ai 200mila euro. Eppure, è stato riscontrato, le rate del mutuo (in tutti i casi) venivano regolarmente pagate, ma con sistemi non tracciabili: contanti e assegni fuori piazza versati sui conti bancari a ridosso delle mensilità.

Poi c’è una delle villette rimaste invendute. Francesco provò ad incassare la somma del mutuo chiesto da due persone che si presentarono fittiziamente come coppia, esibendo alla banca una serie di documenti contraffatti. Tra questi quelli che attestavano falsamente che erano dipendenti di aziende, ancora una volta riconducibili alla «famiglia». —

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