«Un libro per non scordare l’attualità della lotta ai clan»

Presentato in piazza a Cadelbosco Sopra il volume del giornalista Soresina «Pochi gli argini alzati dal nostro tessuto sociale negli ultimi quarant’anni» 

Mauro Pinotti

cadelbosco sopra. Il libro “I mille giorni di Aemilia” (edizioni Aliberti) scritto da Tiziano Soresina – giornalista della Gazzetta di Reggio – grazie alle sue 18 presentazioni, ultima in ordine di tempo, quella di Cadelbosco Sopra, ha aumentato la consapevolezza nella nostra comunità del fenomeno mafioso legato alla ’ndrangheta.


Sempre più persone vogliono sapere come riconoscere comportamenti illegali in odore di mafia e quando denunciarli. Non a caso proprio a Cadelbosco Sopra, i magistrati antimafia hanno indagato non poche persone, sulla scia di operazioni note come Aemilia, Grimilde, Camaleonte (per non parlare delle inchieste sulle false fatture). E così il libro di Tiziano Soresina – giunto ormai alle soglie della quarta ristampa – con le sue 630 pagine descrive il primo grande processo alla ’ndrangheta in Emilia, ma anche la quarantennale infiltrazione ’ndranghetista nel Nord del nostro Paese . Un volume diventato pure uno “strumento di lotta”. Il lavoro giornalistico di Soresina nel tempo si è infatti trasformato in un vero e proprio “impegno civile”.

In piazza della Pace John Lennon, l’amministrazione comunale ha realizzato un autentico talk show all'aperto alla presenza del sindaco Luigi Bellaria, del vicesindaco Giuliana Esposito, della consigliera regionale Pd Roberta Mori e del direttore della Gazzetta di Reggio, Giuseppe Bedeschi. Protagonista della serata il giornalista Soresina che – rispondendo alle tante domande degli intervistatori – ha spiegato come il territorio abbia fatto fatica a comprendere cosa stava accadendo: la politica si chiudeva a riccio, vari settori dell’economia non alzavano argini ma anzi hanno dialogato con la ’ndrangheta. Partendo dal mercato della droga la mafia calabrese si è incuneata in non pochi versanti del nostro tessuto sociale grazie anche alla complicità di reggiani insospettabili.«Sono sempre meno quelli che fingono di non sapere cos’è la ’ndrangheta. In Emilia non ci si è fatti mancare nulla: dalle estorsioni, alle fatturazioni false. Mai visto però in aula un professionista». Soresina ha confessato di essersi sentito “solo” a lungo nei suoi resoconti giornalistici, quando non ha avuto risposte efficaci dal territorio: «Se partiamo dall’operazione Edilpiovra dei primi anni 2000 c’è stato un buco pagato a caro a prezzo fino al 2015, cioè quando è esplosa finalmente la maxi-operazione Aemilia. Giusto svolgere il maxiprocesso a Reggio Emilia, anche se mi aspettavo un po’ più di pubblico. Nell’aula bunker abbiamo assistito a fatti storici e sono contrariato per il suo smantellamento per farci una palestra. D’accordo, era ingombrante e “strozzava” il tribunale, ma è pur sempre un simbolo della lotta alla mafia. Poteva essere posizionato in una zona della città a futura memoria e diventare sede di associazioni antimafia». La parola è passata al pubblico, fra cui l’intervento di Marino Zani (capogruppo di minoranza)e di una signora che ha chiesto come si fa a riconoscere i fenomeni mafiosi. La serata si è conclusa con l’invito di Soresina a lavorare con i giovani e le scuole su questa delicata tematica e a collaborare sempre più strettamente con le forze dell’ordine, segnalando senza esitazioni le situazioni sospette. —

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