«Voglio parlare» e lo interrogano per ore. Il cugino di Saman sotto torchio in carcere

La pm Laura Galli e i carabinieri del nucleo investigativo sono entrati alla Pulce alle 14 ed erano ancora dentro a sera

Miriam Figliuolo

REGGIO EMILIA. Sotto torchio per ore, Ikram Ijaz, il cugino di Saman Abbas, l’unico dei cinque indagati nelle mani degli inquirenti che indagano sulla sparizione della giovane 18enne pakistana, ritenuta vittima di un omicidio per opera dei suoi stessi familiari, dopo che si era ribellata a un matrimonio combinato dai suoi stessi genitori, con un cugino in Pakistan.


Il sostituto procuratore Laura Galli e il personale del nucleo investigativo dei carabinieri di Reggio Emilia, ormai da due mesi impegnati sul fronte delle indagini, hanno varcato le soglie del carcere di via Settembrini alle 14 di ieri, per ascoltare quanto il 28enne si è detto intenzionato a dichiarare. Ed erano ancora dentro, nella tarda serata di ieri, per un interrogatorio durato fino a notte inoltrata. Dopo le prime dichiarazioni spontanee – «Io non ho nulla a che fare con la sparizione di mia cugina» – rese l’11 giugno scorso, dopo la sua estradizione in Italia dalla Francia dove era stato catturato, il giovane, assistito dagli avvocati Domenico Noris Bucchi e Luigi Scarcella, a distanza di poco meno di un mese, tramite i suoi legali, ha fatto sapere di volere parlare.

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Ma gli inquirenti non si sono certo limitati ad ascoltare. Al giovane, assistito dai legali anch’essi presenti all’interrogatorio, è stato chiesto nuovamente di chiarire cosa ci facesse la sera del 29 aprile, insieme allo zio Danish Hasnain e al cugino Nomanulhaq Nomanulhaq, con due pale, un secchio con un sacco azzurro, un piede di porco e un altro attrezzo, nel video delle telecamere dell’azienda “Le Valli”, dove lavorava insieme allo zio Shabbar Abbas, padre della 18enne.

Le immagini ritraggono i tre mentre si dirigono verso le serre alle 19.15 per fare rientro solo dopo oltre due ore. E la ragazza è stata inquadrata dalle stesse telecamere l’ultima volta nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio, con i suoi genitori che sono poi rientrati senza di lei.

A Ijaz sono tornati a chiedere, gli inquirenti, cosa sappia di Saman Abbas e della fine che abbia fatto la ragazza.

E cosa sono andati a fare lui e gli altri due a quell’ora di sera quando nessuno della famiglia Bartoli, proprietaria dell’azienda, si sarebbe sognato di chiedere di effettuare alcun lavoro nelle serre, ormai all’approssimarsi del buio.

E soprattutto, hanno voluto sapere, dove si siano diretti. Le risposte che da settimane cercano gli inquirenti setacciando, palmo a palmo, oltre ottanta ettari di terreni, tra serre, porcilaie in disuso, canali, vasche e “tombe” dei liquami e boschetti con grande dispiegamento di uomini, mezzi, anche tecnologici – droni, elettromagnetometri –, e risorse, tra queste quelle eccezionali delle unità cinofile specializzate.

Un lavoro immane, ma instancabile e che ancora proseguirà fino a quando non si avrà contezza delle sorti della ragazza. Sorti sulle quali le dichiarazioni rilasciate da Ijaz ieri nell’interrogatorio fiume potrebbero sollevare finalmente il velo che da settimane costringe tutti nel mondo delle ipotesi e illazioni. —

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