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Dopo mesi in trincea ora si teme per le scorte

L’evento organizzato ieri pomeriggio nell’atrio dell’ospedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia

Reggio Emilia, i racconti della battaglia contro il Covid e le paure per un calo delle forniture

REGGIO EMILIA. Da un lato le storie drammatiche di chi ha combattuto la pandemia in trincea e la speranza di uscire dall’emergenza grazie alle vaccinazioni, dall’altro la notizia che rischia di mettere in crisi la stessa campagna vaccinale: un rallentamento nelle forniture delle dosi anti Covid. Sentimenti contrastanti quelli raccontati ieri pomeriggio nell’atrio del Santa Maria Nuova in occasione della visita del presidente della Regione, Stefano Bonaccini, e della Giunta regionale. A rendere amaro il calice le indiscrezioni, poi parzialmente confermate proprio da Bonaccini e dall’assessore alla Sanità regionale, Raffaele Donini, riguardo un ammanco nelle consegne (si parla di 200mila dosi circa in regione) previsto per il mese di luglio. Calo che riguarderebbe soprattutto Pfizer, il fornitore attualmente più utilizzato per le somministrazioni in Emilia-Romagna, e che rischia di far saltare tutta la programmazione già organizzata per il mese prossimo. Rallentando così drasticamente l’andamento della campagna vaccinale, l’unico vero argine che impedirà di rivedere in autunno un nuovo picco di contagi.

Esattamente come successo un anno fa e come raccontato ieri da «tre professioniste – ha spiegato la direttrice dell’Ausl provinciale, Cristina Marchesi – scelte per rappresentare gli oltre 7mila dipendenti che sono stati impegnati in questa lotta estenuante». Come ad esempio Maria Giulia Galli, medico del pronto soccorso e di medicina d’urgenza, che racconta: «Quando siamo entrati nella prima ondata avevo iniziato a lavorare da appena due mesi. A marzo siamo stati travolti da questa ondata di pazienti in insufficienza respiratoria mentre in terapia semintensiva la degenza era prolungata per giorni e giorni».


Giorni in cui «noi eravamo gli unici punti di riferimento sia per i pazienti che per i familiari, con la difficoltà di far capire a chi non vede il proprio caro da settimane quale sia l’andamento della malattia e le sue condizioni. Per quanto ci possiamo sforzare vi sono domande che restano senza risposta. Le nostre, quando ci chiedevamo se avessimo fatto tutto quel che potevamo, e quelle dei pazienti, che domandavano se sarebbero stati in grado di tornare a casa». In prima linea anche Chiara Barbieri,dirigente medico del reparto di pneumologia: «La prima ondata è stata dominata dall’incertezza del non sapere cosa fare, del cercare ventilatori per tutti, del non sapere se quelle cure sarebbero state efficaci. La seconda e la terza fase della pandemia, invece, ci hanno trovati più preparati ma più stanchi e provati da mesi in prima linea».

A pesare, prosegue la dottoressa, anche «il cambio di atteggiamento nella società. Inizialmente c’era la retorica dei medici eroi, in cui io comunque non mi ritrovo, mentre poi sembrava quasi che fossimo noi i menagrami che inventavano gli ospedali pieni. Ci siamo trovati più volte di fronte a pazienti o parenti negazionisti e non è stato facile».

L’ultima a parlare, dall’androne dell’ospedale, è stata Veronica De Pascali, infermiera di medicina generale. Che, con le sue parole, ha strappato più di qualche lacrima. «Le mascherine e le visiere – racconta – non ci hanno solo protetto ma hanno anche coperto i nostri occhi rossi, i volti stanchi e provati. Siamo stati l’unico punto di riferimento per i pazienti: erano da soli, soffrivano da soli e a volte smettevano di respirare da soli. Gli unici a poter dare loro una carezza, un segno di conforto, a togliere la maschera d’ossigeno quando non serviva più eravamo noi. Eravamo come soldati in trincea e poi, a casa, ci tramutavamo in cristallo nel fare i conti con quello che avevamo visto».

Una volta, ricorda l’infermiera, «un paziente in cattive condizioni ci ha chiesto se dovesse fare il testamento. Abbiamo pianto assistendo alle videochiamate con i parenti, ai “mi manchi” quando il fiato veniva meno. C’era una zona del nostro reparto che conteneva gli effetti personali dei pazienti deceduti, di lì passavamo velocemente, senza alzare lo sguardo. E oggi c’è molta rabbia verso chi dice che il Covid sia solo un’invenzione, di chi porta la mascherina ovunque tranne che sul naso e sulla bocca. Abbiamo vissuto stati d’animo che porteremo sempre con noi».