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Il magazzino “ostaggio” del nuovo asfalto gettato senza preavviso

La disavventura della figlia del titolare della Casa della Sedia: «Adesso non riusciamo più a sgomberare gli ambienti»

REGGIO EMILIA. «Qualcuno nell’asfaltare ha alzato troppo il livello del cortile privato della nostra abitazione di famiglia, usata come magazzino di quel che resta della “Casa della Sedia”, e ora non riusciamo più ad aprire il portone». La protesta è di Silvia Vecchi, figlia di Franco, scomparso a 63 anni il 30 gennaio scorso e fondatore dello storico negozio di via Papa Giovanni XXIII. Un punto vendita specializzato nella riparazione dell’usato e nella vendita del nuovo conosciutissimo dai reggiani, che per oltre cinquant’anni si sono recati nell’attività per aggiustare o comprare sedie.

Il negozio ha abbassato le serrande definitivamente un mese dopo la morte del titolare, ma è rimasto un consistente magazzino. «Una gran quantità di merce: non solo sedie, ma anche lettini, gazebo, tavoli e perfino un’auto, che siamo stati costretti a spostare nella casa dei miei nonni paterni, dietro al campo di Marte», prosegue Silvia, che dopo aver terminato il faticoso trasloco per un mese non si è recata nello stabile.

«Quando ci sono tornata ho trovato una sgradita sorpresa: il portone è bloccato e inservibile in seguito ad una asfaltatura della strada e del perimetro adiacente. Non so chi abbia asfaltato in questo modo, se il Comune o altri enti: di certo se sapessimo chi ha eseguito il lavoro, magari una società appaltatrice, potremmo contattarla affinché vi ponga rimedio. Tra l’altro sono stati rimaneggiati i due metri a lato della strada che non mi risultano suolo pubblico: è uno spazio di pertinenza della nostra abitazione e quindi proprietà privata». Il problema è che i Vecchi devono svuotare quel magazzino al più presto.


«La mia famiglia ha intenzione di vendere l’immobile e quindi abbiamo la necessità di finire di sgomberare gli ambienti. Si tratta di oggetti anche molto ingombranti e impossibili da far passare attraverso una porta o una finestra: dovremmo smontare di peso il portone. È un disagio». Un disagio che si aggiunge alla lenta cessione di oggetti con un valore affettivo, visto che hanno accompagnato il papà per tutta la sua esistenza. «Sì, purtroppo è già penoso così. Pian piano sto proseguendo l’opera di sbarazzarmi della merce: una parte l’ho donata agli amici». —

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