Alla scoperta di Luigi Ghirri ai Chiostri di San Pietro

foto © Eredi Luigi Ghirri

In programma oggi alle 18.30 un incontro dedicato al maestro e alla mostra "Paesaggi di cartone" esposta ai Musei Civici di Reggio Emilia

REGGIO EMILIA. Luigi Ghirri (Scandiano 1943 - Reggio Emilia 1992) è considerato uno dei più influenti fotografi contemporanei. A lui è dedicato l'incontro di stasera (sabato 19 giugno, alle  ore 18.30) nei Chiostri di San Pietro dal titolo "Immagini di immagini. Luigi Ghirri, Paesaggi di Cartone" a cui partecipano  il fotografo catalano, curatore e docente Joan Fontcuberta, la fotografa e vincitrice del premio di Giovane Fotografia Italiana del 2018, Marina Caneve e l’artista Davide Trabucco.  Modera lo scrittore e giornalista  Michele Smargiassi,

Ai musei civici

Il Nuovo Museo a cura di Italo Rota e dei conservatori dei Musei Civici di Reggio include, al primo piano, un’ampia sezione fotografica dal titolo Luigi Ghirri_Paesaggi di cartone. Si tratta di una prima selezione di opere del maestro, che poi ciclicamente verrà sostituita da altre sue opere.

Alla base dell'operazione sta proprio la volontà di presentare in maniera permanente l’opera di Luigi Ghirri, proponendo con cadenza annuale una mostra che cerchi di rendere conto della sua articolata e ricca produzione. La città di Reggio Emilia custodisce nella Fototeca della Biblioteca Panizzi il fondo dei negativi e delle diapositive a colori e di diverso formato di Luigi Ghirri ed è costituito da più di 180.000 pezzi.

La sua ricerca, incentrata su questioni relative alla percezione e alla rappresentazione, è approfondita da un ricco apparato teorico che presenta elementi di riflessione sullo statuto dell’immagine. La sua opera, aperta a contaminazioni provenienti dalla letteratura, dalla filosofia, dalla musica e dall’arte, è stata e continua ad essere il punto di partenza per nuove generazioni di fotografi e artisti.

Paesaggi di cartone

Lo spazio permanente realizzato al primo piano dei Musei Civici, progettato in collaborazione con l’Archivio Eredi Luigi Ghirri, vuole essere l’occasione per offrire nuovi spunti di riflessione attraverso contributi e prospettive inedite, seguendo le parole dello stesso Ghirri per cui la fotografia “rinnova quotidianamente lo stupore” ricordandoci che “non c’è niente di antico sotto il sole”. L’Archivio è considerato come un luogo vivo e aperto a riletture e avvicinamenti che consentono l’apertura a nuove narrazioni. Le prime fotografie ad essere presentate sono una selezione di quaranta immagini provenienti dall’album Paesaggi di cartone, recentemente ritrovato e pubblicato in un’edizione facsimile dal Museum of Modern Art (MoMA) di New York.

 

Nel 1975 nel corso di una sua visita a New York, lo storico dell’arte Arturo Carlo Quintavalle consegna a John Szarkowski, allora direttore del Dipartimento di fotografia del Museum of Modern Art di New York (MoMA), un album rilegato a mano da Luigi Ghirri contenente 111 fotografie realizzate nei primi anni Settanta ed intitolato Paesaggi di cartone. Assieme all’album di Ghirri, Quintavalle presenta a Szarkowski il lavoro di un gruppo di fotografi italiani: Mario Cresci (Chiavari, 1942), Nino Migliori (Bologna, 1926), Roberto Salbitani (Padova, 1945) e Franco Vimercati (Milano 1940 - 2001). Gli album vengono in seguito depositati fra i doni del museo, dove rimangono custoditi per quasi quarant’anni fino a quando Quentin Bajac, curatore del dipartimento di fotografia, grazie ad un’intuizione, rintraccia l’album di Ghirri assieme ad altri materiali dell’autore. Nell’autunno del 2020 il MoMA lo pubblica in un’edizione facsimile: una sequenza di 111 fotografie in cinquanta pagine in cui le uniche parole sono quelle scritte a penna blu dall’autore nel frontespizio e che riportano il titolo - Paesaggi di cartone - e l’indicazione degli anni di realizzazione, 1971 - 1973.

Le fotografie che compongono l’album sono principalmente scatti di poster, delle vetrine dei negozi e delle insegne pubblicitarie liberamente “organizzati” in categorie: donne, uomini, coppie, bambini, animali e natura assieme ad immagini che raccontano dell’utilizzo sempre più frequente della fotografia in quegli anni: dalle fototessere alle comunioni, dalle immagini dei tagli di capelli nelle vetrine dei parrucchieri ai matrimoni. In questi primi lavori lo spazio è compatto e la priorità è data più all’uniformità dell’immagine che alla prospettiva.

Ma la compattezza è interrotta dalle increspature sui poster, dalle sbarre che ingabbiano le immagini e dai riflessi delle vetrine, nascondendo un complesso ed intricato sistema di costruzione e messa in relazione delle diverse parti presentate. Le fotografie funzionano come lettere di un alfabeto che acquistano senso grazie all’interazione con le altre. Questo impianto teorico, che si traduce in immagini a colori di piccole dimensioni all’apparenza semplici e realizzate in spazi urbani, ha come obiettivo quello di riflettere sulle complessità di una realtà che, in quegli anni, diventava sempre più stratificata e di difficile interpretazione. L’apparente “banalità” dello scatto consente di mettere in evidenza l’infinita rete di relazioni presenti nella realtà.