«Mi disse che lavorava per servizi non italiani»

Uno dei quadri che vennero rubati alla Pinacoteca di Modena nel gennaio 1992 dalla banda di Felice Maniero: dopo il colpo si diede avvio a quella che viene definita la Trattativa parallela Stato Mafia sulle opere d’arte

Strage di Bologna, Roberto Tempesta, l’ex maresciallo del Nucleo tutela patrimonio artistico  testimone al processo mandanti ricostruisce la trattativa Stato Mafia con Bellini

REGGIO EMILIA. «Gli chiesi per quali servizi lavorava. Mi disse non per quelli italiani». È stata un’udienza accesa quella di ieri a Bologna, dove si sta svolgendo il processo mandanti sulla strage del 2 agosto 1980, che vede come principale imputato la Primula Nera reggiana ed ex Avanguardia Nazionale, Paolo Bellini. Bellini è accusato dalla Procura generale di essere il quinto uomo dell’attentato, colui che il 2 agosto 1980 portò la bomba in stazione, provocando 85 morti e oltre 200 feriti.

Paolo Bellini durante una delle udienze a Bologna


Sul banco dei testimoni il luogotenente dei carabinieri Roberto Tempesta, un tempo maresciallo del Nucleo tutela patrimonio artistico ora in congedo, che ha ricostruito i rapporti con Bellini nell’ambito della cosiddetta Trattativa Stato-Mafia sulle opere d’arte: una trattativa innescata dopo il gennaio 1992, quando Bellini si infiltrò in Cosa Nostra per recuperare cinque preziose tele rubate dalla banda di Felice Maniero nella Pinacoteca di Modena. Nei rapporti con Tempesta, Bellini utilizzava il nome in codice di Aquila Selvaggia. Le opere furono poi recuperate proprio grazie all’intervento di Maniero, in due fasi, nel 1993 e nel 1995.

Roberto Tempesta, un tempo un tempo maresciallo del Nucleo tutela patrimonio artistico, in una deposizione in un processo


Una deposizione incalzata dalla Procura Generale, dalla difesa di parte civile e dalla stessa difesa di Bellini, che in diversi momenti hanno contestato particolari ricordati dal teste, considerati spesso non del tutto in linea con quanto dichiarato in una deposizione precedente, risalente al 2004. È il 1992. Ed è l’epoca in cui Bellini, collaborando con il nucleo e infiltrandosi in Cosa Nostra, indossa pressocché contemporaneamente i panni anche del killer di ’ndrangheta.

«Mentre si prospetta la collaborazione con lo Stato Bellini commette degli omicidi per conto della 'ndrangheta», ricorda in aula il procuratore generale di Bologna, Nicola Proto. Il tramite fra Tempesta e la Primula Nera, nella primavera del 1992, è stato Agostino Vallorani, antiquario, condannato per reati contro il patrimonio, vecchia conoscenza della Primula Nera, in passato coinvolto nella cosiddetta “banda Baroncini”, testimone nel processo mandanti in una delle udienze precedenti. Almeno quattro gli incontri con Bellini ricostruiti da Tempesta. Come quello del 12 agosto 1992 quando la Primula Nera «invece di parlarmi dei dipinti di Modena mi consegnò alcune fotografie di 17 dipinti rubati a Palermo nel 1985. Mi disse che era riuscito ad infiltrarsi nelle organizzazioni mafiose, sconvolto dalle morti di Falcone e Borsellino, e che voleva fare qualcosa». Il giorno successivo, 13 agosto 1992, Bellini uccise a Cutro a colpi d’arma da fuoco Paolino Lagrotteria.

Nell’ambito della trattativa, Bellini diede a Tempesta un biglietto con 5 nomi di boss mafiosi, tra i quali Pippò Calò, Luciano Liggio e Bernardo Brusca. «Aveva millantato conoscenze importanti a Roma – ha aggiunto Tempesta – e aveva bisogno di accreditarsi verso l'organizzazione riuscendo a ottenere gli arresti sanitari per questi personaggi, anche solo per mezz’ora. Per se stesso chiedeva un premio di 200 milioni di lire, e riportò anche alcune minacce che la mafia avrebbe potuto realizzare come mettere degli aghi infetti sulle spiagge di Rimini o commettere attentati a Palermo tramite degli elicotteri. Gli dissi che non potevo fare niente e i quadri di Palermo non mi interessavano».

Nella sua deposizione, il maresciallo in congedo ha anche aggiunto di aver spiegato a Bellini che l'unica cosa che poteva fare era riferire all'allora colonnello Mauro Mori. «Mi disse, inoltre, “se volessero colpire la torre di Pisa tu non saresti legittimato ad agire?”». Per quanto riguarda la “doppia” veste di infiltrato e di killer, il procuratore generale Proto ha sottolineato a Tempesta che la Primula Nera «faceva così bene il suo mestiere che non si è accorto che Bellini faceva il doppio gioco».

Le modalità del primo incontro fra Vallorani, Bellini e Tempesta, a San Benedetto, sono state oggetto di contestazione e di richiesta di chiarimenti delle parti. E Tempesta ha ammesso di non aver svolto accertamenti su quanto gli disse la Primula Nera circa un suo coinvolgimento con servizi stranieri. Una frase che la Primula Nera gli avrebbe detto sempre nell’agosto del 1992, durante uno dei quattro incontri, avvenuto nell’area di servizio Tevere. Un altro incontro sarebbe avvenuto a fine settembre, un paio di settimane prima dell’omicidio di Luigi Vezzani, che risale al 12 ottobre 1992. Delitti che la Primula Nera confesserà successivamente, solo nel 1999, come ricordato in aula dallo stesso testimone.