«Impero Vertinelli al servizio del clan»

reggio emilia. «Trattasi di imprenditori pienamente inseriti nell'organizzazione della cosca e a disposizione, come anche altri, di Nicolino Grande Aracri che, da sempre interessato a cercare forme di investimento delle proprie illecite ricchezze nella più generosa Emilia, reinvestiva i propri denari dando vita ad una sinergia criminale tra capitale di impresa e capitale mafioso».

È quanto scrivono i giudici della Corte d'appello di Bologna nelle motivazioni alla sentenza di secondo grado del maxi processo Aemilia contro la 'ndrangheta a proposito dei fratelli Palmo e Giuseppe Vertinelli, condannati lo scorso inverno a 17 anni e 4 mesi e 16 anni e 4 mesi insieme a loro tre figli (4 anni a testa). I giudici li hanno riconosciuti colpevoli di diversi reati di tipo finanziario finalizzati al «reimpiego dei denari illeciti, non solo della cosca emiliana (provenienti, ad esempio, dalla falsa fatturazione) ma anche di quella cutrese», commessi attraverso una sorta di «impero» di aziende che tuttavia «non avevano affatto una loro autonomia» ma «erano contraddistinte da una assoluta “promiscuità” per sedi e conservazione della contabilità» nonchè per la gestione. Le società «erano poi tutte fittiziamente intestate a compiacenti prestanome». Tra le altre spicca la “Mille fiori srl”, che aveva preso in gestione il ristorante reggiano «Il cenacolo del pescatore». Non «è dato sapere con quali risorse economiche la società sia stata costituita nel 2002, né con quali capitali sia stata effettuata l'edificazione dell'immobile», scrivono i giudici, che osservano anche come «la sopravvivenza del ristorante era possibile, per i suoi elevatissimi costi, solo grazie ad una gestione illecita». Poi la sentenza si sofferma su Michele Bolognino, l'unico dei sei capi cosca emiliana che nel processo di Aemilia ha scelto il rito ordinario (venendo condannato a 21 anni e 3 mesi). Per la Corte si accordò con l'imprenditore modenese Augusto Bianchini «per mettergli a disposizione propri dipendenti in vari cantieri del dopo terremoto». Come si legge nella sentenza «i dipendenti venivano formalmente assunti dalla “Bianchini costruzioni” e pagati in parte regolarmente (ore conteggiate in busta), in parte in nero (ore fuori busta)». Tuttavia, tramite alcune false fatture, «la “Bianchini costruzioni” corrispondeva a Bolognino 23 euro per ogni ora lavorata dagli operai» e l'esponente del clan «ci faceva la cresta». Bolognino era in affari anche con altri imprenditori di spicco del sodalizio criminale (i fratelli Vertinelli e Giuseppe Giglio). Ciò «consentiva a tali imprenditori di divenire sempre più concorrenziali sul mercato ed al sodalizio di consolidare la propria capacità di penetrazione nel tessuto sociale ed economico e, in conclusione, il proprio predominio sul territorio». —


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