Marito violento, altra condanna. In aula piange: «Sono pentito»

Un anno e mezzo di carcere al 47enne per essere evaso dagli arresti domiciliari. Di recente la pena per i danni all’auto della moglie che l’accusa di maltrattamenti

GUASTALLA. Due condanne nel giro di pochi giorni per il disoccupato 47enne – d’origine campana – che fra settembre e dicembre ha prima danneggiato l’auto della moglie (violando l’obbligo di allontanamento dalla casa familiare e il divieto di avvicinamento al coniuge perché accusato di maltrattamenti) e poi è evaso dagli arresti domiciliari.

Una situazione complessa, frutto di comportamenti poco lucidi, con tanto di burrascosa separazione, perché la moglie non ne vuole più sapere di lui. Una famiglia disgregata, composta anche da quattro figli, di cui due minorenni. Il 47enne non è più in carcere e ieri ha partecipato (accompagnato da uno dei figli) all’ennesimo processo nei suoi confronti. Di recente è stato condannato a 4 mesi di reclusione: in settembre la moglie l’aveva denunciato per aver danneggiato la casa e la sua auto non appena saputo che lei intendeva separarsi. Sarà invece giudicato più avanti per i maltrattamenti in famiglia, mentre ieri il disoccupato – difeso dall’avvocato bolognese Andrea Margotti – ha affrontato l’accusa di evasione. Ai primi di dicembre, trovando la disponibilità della moglie – che gli aveva ceduto l’abitazione, andandosene – era uscito dal carcere per andare agli arresti domiciliari nella casa guastallese. Ma si era messo nuovamente nei guai, perché i carabinieri lo avevano individuato a piedi mentre passeggiava in via Gonzaga. Da qui l’imputazione di evasione. E ieri mattina, in tribunale a Reggio Emilia, il 47enne ha voluto dire la sua tramite “dichiarazioni spontanee”, trasformatesi ben presto in parole infarcite di lacrime. L’imputato si è scusato con i carabinieri, ha detto più volte di essere pentito, giustificando l’evasione dagli arresti domiciliari dallo stato di stress causato da una critica situazione familiare e dall’uso di farmaci che gli hanno – a suo dire – confuso la mente. Non nasconde il «casellario giudiziale importante», ma sottolinea pure di non aver mai fatto del male alla moglie e ai figli, anzi li considera un appoggio importante per il percorso di recupero intrapreso. Chiusa questa parentesi sofferta, si è passati alla discussione. La pm ha chiesto una condanna a 2 anni e 3 mesi di carcere. Mentre la difesa ha così motivato la richiesta del minimo della pena: «Il mio assistito ha compiuto un lavoro non indifferente su se stesso negli ultimi mesi e la moglie l’ha aiutato molto». Valutazioni poi confluite in una doppia richiesta: eliminazione della recidiva reiterata e la concessione delle attenuanti generiche. Dalla camera di consiglio il giudice Teresa Antonella Garcea ne è uscita con la condanna a un anno e mezzo di reclusione. —


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