«“Bella Ciao” come inno del 25 Aprile? Pronto a sensibilizzare la popolazione»

Giglio Mazzi, partigiano Alì, sulla proposta di legge di equiparare il canto all’inno di Mameli nella festa della Liberazione

REGGIO EMILIA. «“Bella Ciao” come inno ufficiale del 25 Aprile? Sono d’accordo, e sono pronto a fare quello che si può per sensibilizzare la popolazione». Parla da partigiano, uno dei resistenti a cui è dedicata la versione più celebre del canto “Bella Ciao”, il 94enne ex Gappista reggiano Giglio Mazzi. Nei giorni scorsi il dibattito nazionale è stato nuovamente acceso dal periodo più divisivo della nostra storia recente, la Seconda guerra mondiale, e dalla proposta di legge presentata da diversi parlamentari Pd, M5s, Leu e Italia Viva per trasformare “Bella Ciao” in inno nazionale in occasione della festa della Liberazione del 25 aprile. Nelle cerimonie ufficiali, la canzone dovrebbe essere quindi suonata ufficialmente al pari del canonico inno di Mameli. A Reggio e dintorni il tema è per assurdo poco impattante, gran parte delle celebrazioni della memoria prevedono una versione di “Bella Ciao”. Ma a livello nazionale la questione è diversa e qui si inserisce la proposta di legge che il partigiano Mazzi sostiene.

«A Reggio l’abbiamo sempre cantata, durante le manifestazioni, ma nei luoghi dove, e succede, amministratori di destra non la vogliono sarebbe comunque eseguita, è vero, e questo credo sarebbe un bel segnale, in questi tempi», continua Mazzi, che di recente l’ha pure interpretata in pubblico, “Bella Ciao”. Il 23 dicembre, dopo la testimonianza assieme a Giacomina Castagnetti in sala del Tricolore davanti a migliaia di studenti collegati, i due partigiani hanno intonato il canto per un bel filmato curato da Giacomo Iotti per il Comune e condiviso poi il 25 aprile. «Mi fa davvero piacere che sia partita questa proposta, è un omaggio a una canzone che col tempo è diventata il simbolo della Resistenza, ha acquisito un ruolo importantissimo», riflette Mazzi.


Durante il conflitto, “Bella Ciao” non era certo il brano più diffuso, soprattutto nelle formazioni delle brigate Garibaldi gli inni erano “Fischia il vento”, la “Brigata Garibaldi” scritta da combattenti attivi a Ramiseto e canti politici come “L’internazionale” e “Bandiera Rossa”.

Nel caso di Giglio, impegnato nei Gap, i partigiani di città che operavano in clandestinità in operazioni rischiosissime, il canto collettivo era proprio un miraggio. «Non c’era né il tempo né la possibilità di cantare, noi dovevano stare attenti a tenerci sotto traccia sempre, le brigate in montagna magari potevano tenere alto il morale cantando, per noi nei Gap non era possibile», ricorda tornando ai tempi del leggendario distaccamento Katiuscia impegnato nella zona Est della città.

In un secondo momento, la versione partigiana di “Bella Ciao”, nata come canzone operaia delle mondine sfruttate in risiera e codificata probabilmente nella Bassa reggiana, a Gualtieri, da Vasco Scansani e Giovanna Daffini, si è trasformata in un inno non ufficiale, forse più amato proprio per questo.

La proposta di legge depositata nella sua prima versione il 30 aprile 2020 e ora ripresentata, parte proprio da questo dato di fatto. «La Repubblica riconosce la canzone “Bella ciao” quale espressione popolare dei valori fondanti della propria nascita e del proprio sviluppo. La canzone “Bella ciao” è eseguita, dopo l’inno nazionale, in occasione delle cerimonie ufficiali per i festeggiamenti del 25 aprile, anniversario della Liberazione dal nazifascismo», recita il disegno di testo legislativo sottoscritto da una ventina di parlamentari.

Non solo. La proposta richiede anche uno studio di “Bella Ciao” nelle scuole di ogni ordine e grado, «nell’ambito delle attività didattiche finalizzate all’acquisizione delle conoscenze relative alla seconda guerra mondiale e al periodo storico della Resistenza e della lotta partigiana». Sarebbe la canonizzazione di un brano nato come canto popolare e, come tale, segnato da origini confuse, controverse se non misteriose. Una delle teorie più accreditate è che il primo testo, quello che parla appunto delle mondine, arrivi dalla Bassa reggiana. Su una base melodica diffusa in mezza Italia, scippata a motivi d’epoca e rivista, le parole sarebbero state messe nero su bianco da due ragazzi di Gualtieri, Vasco Scansani e Giovanna Daffini (a propria volta una mondina e in seguito una delle voci più autorevoli del folk e del recupero della tradizione musicale italiana), nel periodo in cui vivevano poco lontano a palazzo Bentivoglio, all’epoca usato come ricovero per sfollati. —

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