Grimilde, affari e visite in cella «Reciproco sostegno nel clan»

Nuove precisazioni dalla deposizione-fiume del commissario Pescatore Spuntano dalle intercettazioni l’operazione Sorbolo e la truffa con il vino

reggio emilia. Precisazioni su precisazioni da parte del commissario Saverio Pescatore (squadra mobile di Bologna) per far risuonare in aula una ricostruzione investigativa su tutte: gli stretti rapporti dei Grande Aracri di Brescello con la cosca emiliana e con la “casa madre” di Cutro, coltivando rapporti sempre con le stesse persone in odore di ’ndrangheta.

Nell’ennesima “tappa” della sua deposizione-fiume al processo Grimilde, il testimone ha condensato così ieri il suo pensiero: «Un reciproco sostegno fra sodali». Inizialmente il commissario ha focalizzato il suo discorso su un aspetto: i colloqui in carcere. Tutto ciò per dimostrare che il 67enne Francesco Grande Aracri (principale imputato nel procedimento e collegato dal carcere di Novara, così come il figlio Paolo che è detenuto a Frosinone) aveva comunque mantenuto i rapporti con i fratelli, cosa che in un’intervista pubblica a Rai3 del 2013 aveva invece affermato di aver ripudiato. Finché non finì nei guai per Edilpiovra (da qui la condanna per mafia, scontata in due periodi di detenzione, cioè dal 2003 al 2004 nonché dal 2008 al 2010) il 67enne si esponeva in prima persona, con puntate in diverse strutture carcerarie (Teramo, Viterbo, Cosenza, Catanzaro) ottenendo colloqui con i fratelli reclusi, perciò non solo Nicolino, ma anche Ernesto ed Antonio. Poi una montagna di intercettazioni illustrate per rendere l’idea di come fossero stretti i rapporti dell’imprenditore Antonio Silipo (sta ora scontando la condanna definitiva legata al maxiprocesso Aemilia, ndr) con Francesco ma anche Salvatore Grande Aracri.


Si parla spesso di affari, lavori procacciati, non ultimo l’operazione Sorbolo, speculazione immobiliare da 15 milioni di euro in terra parmense. E dai discorsi captati sul versante-Sorbolo spunta la cacciata dall’affare di Francesco Falbo, il coinvolgimento di diversi esponenti della cosca ’ndranghetista emiliana (poi condannati sempre in Aemilia) e un’importante somma investita dal boss Nicolino in quell’operazione.

La testimonianza vira anche su quella che per l’accusa sostenuta dalla pm antimafia Beatrice Ronchi fu una truffa ai danni – nel 2013 – di un’azienda di vino trevigiana, convinta a far partire interi camion di vino in direzione del Crotonese. Carichi però più volte pagati con assegni scoperti e fidejussioni false. Un danno costato all'azienda oltre 273mila euro, prima che i suoi titolari si rendessero conto di chi erano i loro soci in affari e denunciarli. —

T.S.

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