«Violenza sessuale, un’accusa ingiusta. Torno alla vita dopo dieci anni di processi»

L’ex moglie del 46enne di Rubiera e la figlia dell’ex socia condannate per calunnia: «Ho vissuto un incubo, non riuscivo più a uscire di casa» 

RUBIERA. «Non ho mai fatto male a nessuno, sono una brava persona. Ma la mia vita è stata distrutta e ora voglio che si sappia». Dopo dieci anni passati fuori e dentro i tribunali, con due accuse di violenza sessuale che gli hanno fatto perdere il lavoro e anche il coraggio di uscire di casa, l’uomo, un 46enne di Rubiera, molto conosciuto in paese, ha voglia di mettere una pietra sul passato. «Non riesco a perdonare chi mi ha fatto tutto questo – dice con voce tremante – ma spero, con le sentenze che ora ho in mano, di poter tornare a una vita normale». Fare due passi in paese, a Rubiera, senza sentirsi addosso lo sguardo giudicante della gente, ad esempio. Trovare un posto di lavoro. Poter uscire con gli amici, ritrovare il sorriso, dimenticarsi per sempre di quell’angoscia che – per tutto questo tempo – gli ha stretto lo stomaco, lasciandolo quasi senza fiato, ogni volta che doveva uscire e, inevitabilmente, incrociava qualcuno per strada.

La sua odissea inizia nel 2011 quando la sua ex moglie, da cui si è separato nel 2010, lo denuncia ai carabinieri raccontando di essere stata costretta a subìre atti sessuali in bagno la notte di Santo Stefano dell’anno precedente. Nel 2015 la donna viene condannata per calunnia a un anno, quattro mesi e dieci giorni di reclusione, oltre al pagamento di tutte le spese processuali e al risarcimento dei danni. «Ma quella sentenza non ha impedito che uno dei nostri due figli smettesse di parlarmi – ricorda con dolore il 46enne – e si rifiutasse di vedermi, mentre il più piccolo ha scelto di vivere con me. E non ha impedito alle persone di pensare che avessi davvero compiuto violenze contro la mia ex moglie».

D’altra parte, la donna non demorde: fa ricorso in appello, perde, lo ripresenta in Cassazione, perde di nuovo. Il processo termina nel 2020, ma lui non può tirare un sospiro di sollievo. È già in corso, infatti, un secondo processo, partito sempre da una denuncia di violenza sessuale a suo carico. A presentarla, stavolta, è stata la figlia di quella che fino al 2013 è stata sua socia in affari, amica da sempre della sua ex moglie. «Nel 2010 – racconta l’uomo – ho aperto un’attività a Formigine, nel modenese, insieme a questa persona, poi nel 2013 ho deciso di lasciare la società e aprire un’attività da solo a Rubiera. Al mio posto è entrato mio nipote».

Il 29 aprile del 2014 la ragazza va dai carabinieri e racconta di aver subìto violenze il 21, 22 e 23 dicembre del 2012, quando era ancora minorenne, all’interno del negozio di cui era socia anche la madre. Tutto questo il 46enne lo scopre durante un’udienza del processo in cui è impegnato con la sua ex moglie.

«La madre della ragazza – racconta – è stata mia socia per anni ed era un’amica di mia moglie. Un giorno è venuta da me e mi ha detto di voler testimoniare a mio favore contro di lei, perché sapeva che ero una brava persona e le dispiaceva per i miei figli. Quando è venuta in tribunale, però, ha raccontato che avevo violentato sua figlia quando era minorenne, e ha esibito la denuncia. Mi è crollato il mondo addosso, di nuovo. Non riuscivo a credere a cosa stesse succedendo». «Né io, né il mio assistito – conferma l’avvocato modenese Tiziano Panini, che ha seguito l’uomo per entrambi i processi – eravamo al corrente di questa denuncia. Per lui è stato un incubo».

La testimonianza shock dà il via alle indagini, poi il tribunale di Modena archivia la denuncia di violenza sessuale nei confronti del 46enne e procede invece contro la ragazza per calunnia. Le affermazioni riportate dalla giovane (che ha detto di essere stata palpeggiata e violentata durante la pausa pranzo, mentre in negozio non c’era nessuno, e poi minacciata se avesse parlato con qualcuno) sono state smentite una ad una: il 46enne non si è mai trovato solo con lei in negozio in quei giorni, e ha dimostrato di essere altrove nell’orario in cui avrebbero dovuto avvenire i fatti. Lo scorso 1° febbraio è arrivata la condanna della giovane a un anno e quattro mesi di reclusione.

«Mi sento più leggero – commenta il 46enne – ma nessuno potrà restituirmi questi ultimi dieci anni. Avevo una buona reputazione, ho perso il mio lavoro perché nessuno, a Rubiera, veniva più nel mo negozio. Persone che prima mi salutavano e poi hanno smesso. Non ho mai detto niente a nessuno, stavo male e basta. Mi sono isolato. Adesso posso tornare a uscire di casa a testa alta». —

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