Innovazione e tradizione: così il Lambrusco trova la sua nuova identità

I produttori si orientano su vini meno standardizzati e con maggiore personalità. Gli investimenti, dal campo alla cantina, stanno cambiando volto al settore 

REGGIO EMILIA. Frizzante. È questo l’aggettivo migliore per descrivere la scena vitivinicola emiliana. Grandi e piccole cantine reggiane e modenesi hanno imboccato la strada della sperimentazione, nel segno dell’innovazione ma anche del ritorno alle origini.

Metodi classici, Charmat, ancestrali, vini biologici, fermentati senza solfiti aggiunti... il settore è vibrante e l’apprezzamento, dei consumatori italiani e stranieri, è in crescita. Pochi giorni fa, sul New York Times, il gestore di una enoteca di vini naturali di Los Angeles esaltava il Lambrusco per la sua versatilità, definendolo come un vino che può essere bevuto ad ogni ora del giorno e della notte.


Il Lambrusco si avvantaggia del trend delle bollicine, sostenuto dall’esplosione del Prosecco, e più in generale dalla universale crescita della cultura enologica. Un’opportunità che molti stanno cogliendo.



A lezione dai migliori

Il cambio di passo sta avvenendo anche a livello di marketing, del prodotto e del territorio, che inevitabilmente devono essere venduti insieme. Da questo punto di vista, possiamo citare come indizi significativi il fatto che Marco Fasoli, il direttore marketing di Emilia Wine (consorzio nato dall’unione delle cantine di Arceto, Correggio, Prato di Correggio e Casali Viticultori), proviene da un’esperienza prestigiosa come quella di Antinori. Oppure, possiamo ricordare che Venturini Baldini collabora con enologi di fama internazionale, da ultimo Riccardo Cotarella e in precedenza Carlo Ferrini, che hanno legato i loro nomi alle grandi etichette toscane e non solo.

Una scena frizzante

L’attivismo delle nostre cantine, che ampliano costantemente la loro offerta, ottengono recensioni entusiastiche sulle guide internazionali e promuovono percorsi di degustazione, indica chiaramente che la strada è stata intrapresa. «Negli ultimi dieci anni il Lambrusco ha compiuto un salto di qualità enorme da molti punti di vista. Per prima cosa molti produttori hanno abbandonato l’approccio “autarchico”, di chi credeva di sapere già tutto. Sempre più spesso si rivolgono agli agronomi, in grado di dare consigli fondamentali, ad esempio quale vitigno impiantare, come potarlo, quali concimi utilizzare e così via, per realizzare un prodotto di maggiore qualità», spiega Davide Frascari, vicepresidente del Consorzio Tutela Lambrusco e presidente di Emilia Wine.



Esaltare il terroir

I passi in avanti sono stati compiuti in molte direzioni. Oggi le vigne sono posate in funzione della raccolta meccanica. La meccanizzazione ha ridotto la quantità di uva per ettaro a favore della qualità.

Un altro cambiamento, molto importante, è avvenuto nelle cantine. Le aziende stanno investendo nella catena del freddo e in impianti che consentono di preservare i mosti, in vista della vinificazione, senza aggiunte massive di anidride solforosa. L’impiego di questo gas, utilizzato per bloccare la fermentazione del mosto, necessita in seguito di un processo di desolforazione. Si tratta di una modalità più facilmente gestibile di vinificazione, che però ha delle conseguenze. Il vino ottenuto con l’aggiunta di anidride solfoforsa è sicuramente più standardizzato, anche se va detto che in questi anni ha raccolto un grande consenso tra i consumatori.

L’utilizzo del freddo implica una procedura più complessa, che richiede tra l’altro uve di altissima qualità. Il risultato è però quello di un vino dagli aromi più intensi e originali, perché viene esaltata l’unicità di ogni terreno. La tendenza che si intravede è dunque quella che porta a un Lambrusco con maggiore personalità, di cui c’è sempre più richiesta.

Novità in cantina

Recentemente Emilia Wine ha presentato il Pra di Bosso “Storico” di Casali Viticulturi, vino rifermentato in autoclave (metodo Charmat) per 15 giorni a 16° gradi per preservare la vivacità dei suoi aromi. Venturini Baldini ha invece da poco lanciato una nuova etichetta, L’Ancestrale, che rifermenta in bottiglia per 18 mesi e – a differenza di altri ancestrali – viene sboccato come nel metodo classico (per eliminare i residui).

I pionieri

La valorizzazione della nostra viticultura è passata e passa anche da alcuni pionieri, che hanno sposato la filosofia del metodo classico (quello utilizzato per lo Champagne, per capirsi), come Casali Viticulturi, con il suo Cà Besina, o Lini 910 di Correggio, che propone ben sei etichette con questo procedimento, di cui due realizzate con uve Lambrusco. Il metodo classico, oggi offerto da numerosi produttori emiliani, aiuta tantissimo ad elevare l’asticella. Se oggi il Lambrusco non è più considerato un vino di fascia bassa, lo si deve anche a queste iniziative, di nicchia ma sempre più diffuse. I produttori, con il loro impegno, stanno contribuendo a definire l’identità del Lambrusco come quella di un vino popolare ma sempre più di qualità, con vette di eccellenza universalmente riconosciute. In questo processo di crescita gioca un ruolo importante anche l’opera di recupero e valorizzazione di vitigni storici, come la Spergola o il Malbo.

Turismo gastronomico

Il mondo del vino può essere uno straordinario volano di crescita per il territorio perché oggi c’è un turismo in crescita legato alle cantine. Con la fine della pandemia il settore deve essere pronto a vincere la sfida dell’accoglienza e creare percorsi di degustazione. Emilia Wine sta collaborando con l’azienda PreGel alla realizzazione di un polo agro-alimentare ad Arceto di Scandiano, che prevede un centro di ricerca e una scuola internazionale di cucina. In questo contesto ci sarà spazio per creare nuove formule legate al turismo eno-gastronomico. —