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La storia di Francesco: «Sono vivo per miracolo, non sottovalutate il Covid»

Francesco Magnani, sopravvissuto al Covid, insieme a sua nipote Federica Iori, cugina di Cristina Magnani

Francesco Magnani, 71 anni e ricoverato per quattro mesi, racconta la sua storia: «Ringrazio i medici, c’è ancora troppa gente che al Covid non ci crede»

REGGIO EMILIA. «Io sono una persona normalissima, adesso sono in pensione, prima facevo l’artigiano, ma sono un miracolato e dopo quello che ho vissuto credo che la mia testimonianza possa servire. C’è troppa gente, ancora, che al Covid non ci crede».

Francesco Magnani, 71 anni, è stato ricoverato in ospedale quattro mesi, un mese e mezzo al Santa Maria Nuova di Reggio, gli altri al San Sebastiano di Correggio. «Il virus mi ha lasciato con una cicatrice alla base del collo – dice – e in sedia a rotelle. Sono stato dimesso in febbraio ma non riesco ancora a camminare, e non riesco a liberarmi da questa stanchezza, una stanchezza enorme».

Magnani non ha medaglie appuntate sul petto, ma calzature specifiche per chi ha problemi ai piedi: «Piaghe da decubito – spiega indicando l’estremità del suo corpo – ma non mi posso lamentare». Quando è entrato in ospedale era novembre. «Sono stato ricoverato per insufficienza renale acuta – racconta –. Non avevo il Covid, l’ho preso in ospedale. Mi è venuta prima una febbriciattola, poi la polmonite. Avevo un peso sul petto, fino a quando non sono più riuscito a respirare. Quando mi hanno detto che ero positivo al Covid mi sono arrabbiato, non lo nego, ma poi mi hanno salvato la vita. Ho cambiato più reparti nel corso della mia odissea, ma vorrei ringraziare pubblicamente quello di Rianimazione a Reggio e soprattutto il dottor Pierpaolo Salsi, che ha fatto di tutto per salvarmi, e anche l’ospedale San Sebastiano di Correggio, specialmente le dottoresse Monica Massobrio e Maria Maddalena Filippini, del reparto di Riabilitazione respiratoria e Riabilitazione motoria. Mi sento di ringraziare anche il dottor Dante Bagnacani, che oltre a essere un medico è un amico».

Della permanenza in Rianimazione Magnani non ricorda nulla, era sedato. In quei giorni difficili – diventati settimane – i medici e gli infermieri hanno sempre parlato con una delle sue nipoti, Cristina Magnani. «Mi chiamavano tutti i giorni – ricorda – una volta al giorno. Erano telefonate importanti, le aspettavo con ansia e allo stesso tempo paura, non andavo neanche a fare la spesa per il timore di non sentire il telefono suonare, o di non riuscire a capire bene le parole dei medici. Il Covid – dice – è una malattia subdola, possono esserci all’improvviso repentini peggioramenti».

Le chiamate sono iniziate quando lo zio, dal reparto di Medicina II Covid, è stato trasferito in Pneumologia, dove è stato sottoposto a ventilazione non invasiva attraverso la maschera facciale. Un giorno, era quasi Natale, a Cristina squilla il telefono: «Era il dottor Pierpaolo Salsi – racconta – il direttore del reparto di Rianimazione. Mi ha detto che lo zio stava continuando a peggiorare, che lo stavano perdendo. Mi ha raccontato di trovarsi raramente a fare telefonate ai parenti, ma che in quella occasione si sentiva di doverlo fare. Aveva deciso di trasferire mio zio nel suo reparto, e intubarlo. Mi ha detto: “Io non so se riuscirò a salvarlo, ma farò tutto il possibile per riuscirci”. È merito suo se mio zio è vivo – dice commossa – se lui non ci avesse creduto, se non avesse deciso di provarci, adesso mio zio non ci sarebbe».

Da quel momento inizia una lotta per la vita. Magnani viene sottoposto a cicli di pronazione («Lo voltavano spesso a pancia in giù perché questa postura migliora la respirazione e favorisce il drenaggio», spiega la nipote Cristina), dopo una ventina di giorni i medici provano a estubarlo, ma ci riescono solo dopo diversi tentativi. «Per poterlo estubare – racconta Cristina – lui avrebbe dovuto essere non vigile ma quantomeno collaborativo, e quindi gli abbassavano la dose di sedativo ma lui si agitava sempre, quindi desistevano. Alla fine ce l’hanno fatta, ma mio zio non riusciva a respirare da solo e così l’hanno tracheotomizzato». Ed è questo il primo ricordo di Magnani dopo l’ingresso in Rianimazione, un’immagine che sfuma nel sogno: «Mi sono ritrovato in sala operatoria con tutti i medici e gli infermieri attorno – dice – non ricordo altro. Ma mi è andata bene, la ferita si è già chiusa, ho visto persone con tagli più importanti del mio. Sono stato anche alimentato con la sonda».

Altri miracolati parlano degli occhi dei medici e degli infermieri, l’unica parte visibile e riconoscibile in mezzo a maschere, visiere, camici e protezioni varie, ma «in realtà non mi ricordo di gran astronauti – dice lui – Li ho visti dopo, in televisione, che sembravano dovessero atterrare sulla Luna. No, io me li ricordo con la mascherina e il camice. Facevano il loro lavoro, molto bravi, accoglienti». Magnani resta al Santa Maria Nuova per un altro po’ di tempo, poi, quando i parametri migliorano, viene trasferito al San Sebastiano di Correggio, per iniziare la riabilitazione, prima quella respiratoria poi quella motoria. In tutto passerà quattro mesi a letto.

Un tempo interminabile. «L’ho usato per restaurare il villaggio della mia infanzia con la mente – racconta –. Io sono nato nelle campagne tra Mancasale, San Prospero Strinati e Villa Sesso, con gli anni le case di quell’agglomerato sono state quasi tutte abbandonate. Ci sono “tornato” e giorno dopo giorno le ho messe a posto: pensavo questa era così, l’altra così, si potrebbe fare questo, quello. Mi sono salvato in questo modo».

Ora gli resta un desiderio: raccontare a tutti cosa può fare il Covid. «Quando mi hanno dimesso dal San Sebastiano – dice – me l’hanno ripetuto più volte: io sono un miracolato. Purtroppo tanti non possono raccontare quello che sto raccontando io, perché non ci sono più. Ringrazio di cuore i medici e gli infermieri che si sono presi cura di me, che mi hanno salvato la vita. E mi piacerebbe portare chi non crede che il Covid esista, o chi lo sottovaluta, nei reparti in cui sono stato io. Basterebbe una rapida occhiata».