Nove anni fa il terremoto in Emilia, quando la terra non smetteva di tremare

I danni all'interno del caseificio Le Tullie di Rolo, per il terremoto del 2012

Il 20 maggio 2012 la prima scossa, poi il 29 la replica che mise in ginocchio anche il Reggiano

Ci sono date che non si dimenticano. Che segnano un definitivo spartiacque tra un prima e un dopo. E quelle del 20 e 29 maggio 2012 restano, anche se gli anni passano e gli edifici – per fortuna – risorgono. Sono fisse nella memoria degli emiliani quelle delle scosse che per nove giorni – in realtà, andarono avanti per molti giorni di più – hanno fatto tremare le nostre cittadine, insieme alle nostre certezze, in quelle lunghe notti in cui le nostre case, all’improvviso, non ci sembravano più sicure come credevamo.
Ventotto morti, 300 feriti, 45mila sfollati e circa 13 miliardi di euro di danni. Sono questi i numeri del terremoto emiliano. Ma come ci ha insegnato l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo da un anno e mezzo a questa parte, non bastano le cifre a rendere la proporzione emotiva e concreta di un cataclisma, che sia un terremoto o una pandemia.

Lo sa chi nel cuore sente ancora l’eco dello sgomento di quel drammatico risveglio della notte del 20 maggio di nove anni fa, quando una scossa alle 4.03 di magnitudo 5.9 con epicentro Finale Emilia, a 6,3 chilometri di profondità, fece tremare tutto il Nord Italia.
Nella cittadina modenese si divise a metà la storica torre dell’orologio: diventata il simbolo in Italia e nel mondo di quei giorni drammatici. Sette i morti, nel Ferrarese.

Il 29 maggio lo stesso incubo ritornò alle 9 del mattino. Un’altra scossa, ancora di magnitudo 5.9 a 8,1 chilometri di profondità è deflagrata come una bomba tra Medolla e Cavezzo, sempre nella Bassa modenese. Se nove giorni prima, l’istinto e l’orgoglio spingevano più di tutta la paura a rialzarsi, di fronte a quella nuova tempesta di scosse, davanti agli edifici crollati su se stessi, alle fabbriche collassate, alle chiese decapitate il sentimento che toglieva il respiro era di paura e terrore, dalla Bassa ferrarese, in quella Modenese, Mantovana, nel Reggiano. Si contarono altre 17 vittime, a cui se ne aggiungeranno altre tre nei giorni successivi. Molte travolte nelle fabbriche riaperte a tempo di record, che però non ressero al secondo devastante bombardamento di scosse.

Se il terremoto del 20 maggio aveva provocato solo qualche crepa nella nostra provincia, il 29 maggio Reggiolo, Rolo, Fabbrico, Luzzara, Guastalla, Correggio si trovarono dentro il perimetro della devastazione. Delle cose, e delle emozioni. Il 29 maggio sembrava che la terra non volesse fermarsi di tremare. Perché alle 12.55 il terremoto ritornò, con una scossa di 5.5 e poi ancora alle 13, con un 5, epicentro tra Carpi, Rovereto sulla Secchia, Novi di Modena, Moglia: appena di là dal nostro confine. E quello che era rimasto in piedi prima, stavolta si arrese: come il caseificio del Parmigiano Reggiano alle Tullie, a Rolo, che si aprì letteralmente, ferito. Come sanguinarono di detriti e calcinacci le chiese e i campanili di Reggiolo, Rolo, Fabbrico, Luzzara. I municipi, come quello di Reggiolo. I monumenti, come la Rocca e Palazzo Sartoretti.

Nove anni dopo, sulle cartoline dei nostri centri ci sono ancora dei cerotti sulle ferite: sono i cantieri che, però, vogliono dire rinascita. L’odore della polvere che si mescola al profumo dei tigli di maggio riesce ancora a riaccendere nella memoria il ricordo di quelle lunghe notti. E di quei giorni stralunati. Però, ci sono i numeri della ricostruzione, ora. Che non sono solo numeri, ma la prova di quanta forza, determinazione e lavoro collettivo abbia avuto l’Emilia per rialzarsi in piedi. Senza mai arrendersi. —
<SC1038,169> RIPRODUZIONE RISERVATA