Omicidio Beggi, un colpevole 21 anni dopo

La Corte di Assise di Appello ribalta la sentenza di primo grado: 14 anni a Giampaolo Nuara. La sorella: «Giustizia è fatta»

SAN POLO. Ha un nome e un volto uno degli l’assassini dello chef Pietro Beggi, originario di San Polo, ucciso nella cantina del suo ristorante, il celebre “Ciabot del Grignolin” a Calliano, in provincia di Asti, la notte tra il 2 e il 3 gennaio 2000. Dopo 21 anni e alterne vicenda processuali, la Corte di Assise di Appello di Torino ha riformato il proscioglimento di Giampaolo Nuara, 42 anni, astigiano, deciso in primo grado con rito abbreviato, condannando l’imputato a 14 anni di reclusione per omicidio preterintenzionale.

«Posso solo dire che sono contenta e che è una condanna giusta, perché mio fratello, uomo generoso e sempre disponibile, di certo non meritava di essere ammazzato in quel modo». Anna Beggi, 77 anni, sorella della chef assassinato, ancora oggi residente a San Polo, dov’è sepolto il fratello, ripercorre i giorni dolorosi di due decenni fa. «Pietro era nella sua camera di fianco al ristorante, dove spesso si fermava a dormire. I ladri lo hanno svegliato e picchiato, poi l’hanno trascinato nel ristorante e da lì in cantina. Dove mio fratello, effettivamente, nascondeva l’incasso del ristorante. E lì l’hanno massacrato, colpendolo numerose volte in testa con bottiglie di vino ancora piene. Anche se avesse voluto dire dove teneva i soldi, era sicuramente così stordito da non potercela fare. Ma noi siamo convinti che chi ha agito sapesse bene che mio fratello usava la cantina per occultare i soldi, e quella notte erano tanti (30 milioni di lire, ndr) perché erano appena passati San Silvestro e Capodanno».


L’incasso venne trovato un mese più tardi nella cuccia del cane, quando i dipendenti e la sorella tornarono nel ristorante. Una brutta storia di violenza, quella del ristorante “Ciabot”. Pietro Beggi fu trovato alle 8 del mattino successivo, agonizzante, dai dipendenti che iniziavano il turno di lavoro. Morì poche ore dopo all’ospedale. Gli investigatori dell’epoca refertarono tutto, accuratamente. E proprio grazie a questo, nonostante il caso si sia chiuso in un primo momento senza colpevoli, il “cold case” ha avuto una svolta. Sul posto furono trovate tre calze da donna modificate per essere usate come passamontagna. Su quegli indumenti c’erano tracce di Dna che furono repertate e catalogate. Il caso riemerse nel 2015 dopo un furto a Lodi. Anche per quel colpo i ladri usarono calze da donna per travisare il viso. Dalla comparazione del Dna, sei anni fa uscì il nome di Giampaolo Nuara. Poi il processo di primo grado, che finì con un’assoluzione per insufficienza di prove. Il secondo grado ha ribaltato il verdetto. «È stata fatta un po’ di giustizia per mio fratello», conclude Anna Beggi. «Finalmente la sua famiglia ha avuto giustizia», il commento del sostituto procuratore generale della Corte d’Appello di Torino, Paolo Fiore. La difesa del condannato, in attesa delle motivazioni della sentenza, annuncia il ricorso in Cassazione. —


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