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Il caso Pagliani torna in Cassazione: «Caccia alle streghe, perseguitato»

La Dda impugna l’assoluzione pronunciata nell’Appello bis verso l’avvocato e politico di centrodestra

Tiziano Soresina

reggio emilia. Sotto Natale per l’avvocato nonché politico di centrodestra Giuseppe Pagliani, 47 anni, era giunta l’assoluzione «per non aver commesso il fatto» nell’appello bis di Aemilia (con rito abbreviato). Un verdetto che affondava le radici nel 2015, con il clamoroso arresto per concorso esterno in associazione mafiosa. Nelle motivazioni della sentenza la Corte d’appello di Bologna scriverà che non era stata raggiunta una «prova sufficiente», ritenendo che un patto politico-’ndranghetista vi fosse stato, ma Pagliani non lo onorò, perché dopo gli abboccamenti, le riunioni e l’affollata “cena dei sospetti” del 21 marzo 2012, non si fece più sentire.


Finita qui. No, perché ora è stato presentato un ricorso in Cassazione contro questa assoluzione, firmato da quattro magistrati inquirenti fra Dda e Procura generale.

«Quello che l’accusa dopo tre assoluzioni piene (Riesame, primo grado e secondo grado di giudizio) continua ad avanzare nei miei confronti – commenta in serata Pagliani attraverso una nota piena d’amarezza – è un tentativo accanito di persecuzione che non ha precedenti a memoria d’uomo nei nostri territori, dimostrazione che vi sono ragioni che vanno al di là del merito che è stato sviscerato in oltre 6 anni di processi ribadendo in ogni sede la mia totale innocenza. Si è persa da tempo la misura – sottolinea – e si continua una caccia alle streghe che offende la verità oltre alle tante persone che credono nella giustizia in questa nazione. Un reato non lo si può inventare nonostante si scelga strumentalmente di allungare all’infinito un processo terminato nei fatti 22 giorni dopo il suo avvio. Mi limito ad affermare questi pochi concetti – conclude sicuro del fatto che la Cassazione, che ha già riconosciuto l’infondatezza della tesi accusatoria annullando la precedente sentenza della Corte di appello, ponga fine a questo processo ormai divenuto un incubo per me, per la mia famiglia, per i miei colleghi, per i tanti amici che mi hanno con forza sostenuto in questi lunghissimi anni».

Pagliani venne arrestato nel corso del maxi blitz del 28 gennaio 2015, durante la maxi operazione Aemilia.

Per lui, astro nascente del centrodestra reggiano, l’accusa era concorso esterno in associazione mafiosa, perché considerato dalla Dda la pedina-chiave della strategia ’ndranghetista contro Antonella De Miro (allora prefetto di Reggio Emilia, impegnata nella lotta al clan a suon di interdittive antimafia), in cambio di voti dalla cosca. Assolto in primo grado dal gup, l’avvocato di Arceto – che non ha mai smesso di proclamare la propria innocenza – venne poi condannato in Appello a quattro anni. Ma il 24 ottobre 2018 la Cassazione ha rispedito indietro il processo, disponendo di riascoltare otto testimoni e rimarcando in sentenza che «l’ipotesi di accusa era stata validata ma senza ottemperare all’obbligo di riassunzione delle prove dichiarative». Fra i testimoni ascoltati nell’Appello bis anche l’ex prefetto De Miro, quattro avvocati (Liborio Cataliotti, Antonio Sarzi Amadè, Caterina Arcuri e Cristian Immovilli), l’ingegnere Salvatore Salerno e Filippo Berselli (ex parlamentare di Alleanza nazionale). Sono state approfondite alcune vicende come un incontro nell’ufficio dei Sarcone e la cena dei sospetti del 21 marzo 2012 al ristorante “Antichi sapori” – alla quale partecipò lo stesso Pagliani – con il dibattito e le dinamiche successive a quel conviviale in odore di ’ndrangheta. L’accusa aveva chiesto la conferma dei 4 anni di carcere (come nel primo Appello), i difensori (Alessandro Sivelli e Roberto Borgogno) l’assoluzione. I giudici di secondo grado usciranno dalla camera di consiglio – nel pomeriggio del 23 dicembre scorso – con una sentenza assolutoria.

Ora si torna per la seconda volta in Cassazione. —

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