«Con la distanza di 10 metri non sarà possibile riaprire»

L’allarme lanciato in una lettera firmata da 65 gestori di impianti della regione 

REGGIO EMILIA. In Emilia-Romagna continua la battaglia dei gestori delle piscine per arrivare a un quadro delle riaperture che consenta la sopravvivenza economica degli impianti natatori della regione, in gran parte pubblici e gestiti da associazioni e società sportive che garantiscono il benessere dei cittadini e il diritto alla pratica motoria a prezzi bassi. Alla luce delle indicazioni contenute nel nuovo decreto sulle riaperture, Uisp Emilia-Romagna ribadisce che rimangono dubbi sull’attività al coperto, per cui non ci sono indicazioni normative, così come sui 10 metri quadrati di distanza fra gli utenti per le piscine all’aperto ipotizzati (mentre i protocolli attuali ne raccomandano 7). Norme che – viene sottolineato – rendono impossibile la sostenibilità economica di impianti di prossimità, a costi bassi, che garantiscono salute e danno lavoro, in un ambiente ostile al Covid per l’alto livello di misure di igienizzazione da sempre messe in campo.

Partendo da qui Uisp Emilia-Romagna ha coordinato un tavolo di lavoro sull’impiantistica natatoria raccogliendo la voce di 65 impianti, molti dei quali anche esterni al mondo Uisp, in rappresentanza del 60% degli impianti coperti in regione.


«Sono 147 – si legge nel testo sottoscritto da 65 gestori emiliano-romagnoli – le piscine di proprietà degli enti locali in Emilia-Romagna; di queste 81 sono le piscine pubbliche coperte. La gestione imprenditoriale degli impianti natatori pubblici della regione è svolta per lo più da società sportive o soggetti no profit che, in gran parte, noi rappresentiamo. Dietro alle nostre società di gestione, società sportive e associazioni ci sono persone che hanno fatto di questa difficile missione il loro lavoro, si sono indebitati, hanno investito per migliorare il servizio. Stiamo parlando di 1.500 lavoratori fissi più un migliaio di stagionali estivi, e di oltre 5.000 istruttori e allenatori che collaborano per assicurare la continuità del servizio e sono cittadini, al pari di tutte quelle persone che godono delle attività sportive fruibili nei nostri impianti».

Quanto alla perdita complessiva, i numeri parlano da soli. «Sulla base dei dati raccolti – proseguono i gestori – possiamo stimare che la perdita per l’intero comparto delle piscine pubbliche coperte si aggiri nel 2020 sul 40% in meno del fatturato dell’anno precedente e che, negli ultimi 6 mesi di lockdown, da novembre 2020 ad aprile 2021, esploda al 90% in meno. Il disavanzo medio per ogni impianto in questi 14 mesi di pandemia è pari a centinaia di migliaia di euro. E per delle strutture non profit la situazione è insostenibile». Che fare? Le richieste dei gestori sono chiare: «Noi chiediamo che la riapertura degli impianti sia definita da protocolli di buon senso che garantiscano sicurezza e sostenibilità economica (è ingestibile economicamente aprire un impianto al 30% della sua capienza e con 10 metri quadrati di distanza fra ogni utente) e accompagnata da detrazioni fiscali, sgravi su utenze, blocco delle accise, imposte differite e da una norma che vincoli i Comuni a ridefinire con i gestori i piani economici finanziari. Se non si verificassero le condizioni che abbiamo elencato, non avremo alternative e saremo costretti a restituire gli impianti ed esigere la restituzione degli investimenti fatti. Così, invece di discutere di riaperture, nel nostro caso si discuterà di chiusure definitive e di impianti pubblici destinati a diventare cattedrali nel deserto, luoghi non più del benessere ma cimiteri dell’abbandono». —

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